di
Stefano Olivari
Figlio di operai, lavorava come tornitore prima della chiamata del Milan, con cui vinse lo scudetto insieme a Schiaffino e Liedholm. Gianni Brera gli diede il soprannome di «Schopenhauer della Bovisa»: un misto di filosofia e concretezza
Ha legato gli anni più belli della sua carriera e della sua vita a Verona, ma questo non toglie che Osvaldo Bagnoli fosse la milanesità fatta persona. Senza retorica, senza fare il personaggio nemmeno con il trucco dell’antipersonaggio, senza fare il milanese perché lo era naturalmente, non soltanto per nascita e formazione o perché da bambino giocava a calcio a piedi nudi nei cortili della Bovisa. Scalzo non perché fosse particolarmente povero, ma perché nella classe operaia dell’epoca (lui era del 1935) si usava così, le scarpe si erano per le cose serie e non per il calcio.
Il padre Aristide, arrivato da Cremona, votava socialista in una di quelle zone che a Milano chiamavano «rosse». Da quella periferia proletaria sarebbe uscito uno degli allenatori più amati del calcio italiano, in maniera traversale rispetto al tifo. Lui fra l’altro da giovane era juventino, prima di essere ingaggiato dal Milan. Notato dal talent scout Malatesta mentre giocava nell'Ausonia, Bagnoli arrivò in rossonero nel 1955 per 75mila lire. Giocatore eclettico, ala destra poi trasformata in mezzala o mediano: Bagnoli debuttò in Serie A e con il Milan nel 1957 vinse uno scudetto anche se non protagonista. Era il Milan di Schiaffino e Liedholm, con in campo anche Buffon e Cesare Maldini, più Gipo Viani a tirare i fili di tutto e Andrea Rizzoli a pagare.










