Milano, 17 luglio 2026 – È persino un peccato che Osvaldo Bagnoli, grande eroe proletario di un calcio che non c’è più, rischi di essere ricordato soltanto per lo scudetto del Verona. Beninteso, appartiene legittimamente alla storia l’impresa tricolore della squadra della città di Giulietta e Romeo.

Correva l’anno 1985 e gli scaligeri, appunto allenati da Bagnoli, si misero dietro in serie A la Juventus del francese Platini, l’Inter del tedesco Rummenigge, il Napoli dell’argentino Maradona. Come dire nel presente Mbappé, Messi, Yamal, Bellingham. Perché allora, in un tempo che oggi è persino vietato immaginare, il calcio italiano era frequentato dai più grandi assi della pedata, che da ogni angolo del pianeta si davano appuntamento nel Bel Paese. Come non accadrà mai più, a scanso di equivoci.

La ringhiera alla Bovisa

Eppure, dicevo all’inizio, Bagnoli, spentosi oggi a 91 anni, è stato molto di più, cioè ha rappresentato un’idea di Italia e del pallone che veniva da una sofferenza profonda. Figlio della Milano più povera, quella delle case a ringhiera del quartiere della Bovisa, Osvaldo aveva conosciuto la fame prima di avvicinarsi alla fama.

Operaio in una ditta di cinture, il calcio lo aveva sottratto alle angustie della quotidianità. Era stato un discreto difensore, negli anni Sessanta la sua figurina come difensore della Spal era stata una delle più difficili da trovare per i bambini collezionisti. E la cosa sotto sotto lo divertiva, perché era l’ennesima testimonianza di come, per la gente semplice, tutto fosse da conquistare, giorno dopo giorno. La figurina della collezione “Panini“ di Osvaldo Bagnoli ai tempi in cui giocava per la Spal, la squadra di Ferrara. A destra, quando allenava il Verona