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Salvatore Riggio

Bagnoli, morto a 91 anni, era nato nel 1935: animo operaio, dignità sobria delle sue origini. Gianni Brera lo ribattezzò «lo Schopenhauer della Bovisa»

Il calcio italiano oggi si riscopre orfano di un uomo che ha saputo scrivere la storia senza mai alzare la voce, preferendo il silenzio operoso dei fatti al clamore dei riflettori. Se ne va Osvaldo Bagnoli, 91 anni compiuti il 3 luglio, e con lui scompare un pezzo di quel calcio romantico, fatto di passioni autentiche e miracoli possibili, che oggi fatichiamo a ritrovare. Nato nel 1935 nel quartiere milanese della Bovisa, Bagnoli ha sempre portato con sé l’anima operaia e la dignità sobria delle sue origini. Gianni Brera, con la sua inimitabile genialità, lo ribattezzò «lo Schopenhauer della Bovisa», un soprannome che dipingeva alla perfezione quell’uomo schivo e pragmatico. Prima di diventare il tecnico dei sogni, Osvaldo era stato un buon centrocampista, vestendo le maglie di Milan, Verona, Udinese, Catanzaro, Spal e Verbania, ma è sulla panchina che ha impresso il suo nome nell’eternità dello sport italiano. Il suo capolavoro assoluto resta la straordinaria epopea del Verona. Arrivato sulla panchina scaligera nel 1981 in serie B, Bagnoli ha saputo plasmare un gruppo straordinario, conducendolo alla promozione e poi, passo dopo passo, verso un traguardo che sembrava precluso alle provinciali. La stagione 1984-1985 rimarrà per sempre scolpita nella memoria collettiva: un Verona solido, bellissimo nella sua semplicità, capace di conquistare uno storico e irripetibile scudetto. Tra le sue mani, giocatori straordinari come Hans-Peter Briegel, Preben Elkjaer Larsen, Roberto Tricella, Pietro Fanna e Giuseppe Galderisi si trasformarono in eroi immortali, capaci di sconfiggere i giganti del calcio miliardario. Ma la grandezza di Bagnoli non si è fermata all’ombra dell’Arena. Successivamente alla guida del Genoa, ha saputo compiere un’altra impresa memorabile, portando la squadra rossoblù fino alle semifinali della Coppa Uefa e firmando una storica vittoria ad Anfield contro il Liverpool, prima squadra italiana a riuscirci. Poi l’esperienza all’Inter, vissuta sempre con la solita straordinaria compostezza, prima di decidere di allontanarsi definitivamente da un mondo del calcio che stava cambiando troppo rapidamente per un uomo fedele ai suoi sani e antichi valori. Bagnoli ha vissuto il resto della sua vita lontano dalle telecamere, con la stessa ammirevole discrezione con cui aveva guidato i suoi ragazzi, lasciando che parlassero solo i ricordi.