Qualche giorno fa ho parlato con una bambina di dieci anni. Mi ha raccontato il contenuto di alcuni video che guarda abitualmente online. Sinceramente ho fatto fatica a capire ciò che mi stava dicendo: parlava un’altra lingua, fatta di parole che appartengono solo a quel mondo. Mi sono chiesta quanto presto gli ambienti digitali entrino nella vita dei bambini e con quali occhi, poi, inizino a leggere la realtà.
Proprio in questi giorni la presidente della Commissione europea ha annunciato che da settembre la Commissione presenterà una proposta per rafforzare la tutela dei minori sui social media in Europa. “La questione non è se i bambini possano accedere ai social media, ma se e quando i social media possano accedere ai nostri figli”, ha detto. Come non essere d’accordo? Sempre la Commissione europea ha contestato a Meta un design che può favorire la dipendenza, soprattutto tra i più giovani. Per la prima volta i riflettori si accendono non su chi usa i social, ma su come quei social vengono progettati.
Non è giusto scaricare la responsabilità sui genitori. Quando un problema coinvolge milioni di bambini e adolescenti è evidente che non può dipendere solo dalle famiglie. Certo, i genitori hanno un ruolo determinante, ma vivono all’interno di un sistema che non hanno costruito.







