Prima è arrivata l’Australia, che già a dicembre ha bandito l’utilizzo dei social fino ai 16 anni, ora si sta muovendo l’Europa, con la Francia capofila e l’Italia in rincorsa. Non stupisce, quindi, che stiano arrivando in libreria molti testi sull’argomento: chi si rivolge ai ragazzi, per educarli a un uso intelligente dei device e chi, invece, guarda ai genitori, per sensibilizzarli. Tra questi ultimi c’è Crescere Connessi (Il Mulino) di Giuseppe Riva, professore di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano e direttore dello Humane Technology Lab. I capitoli sono costruiti come un percorso cronologico dagli zero ai 18 anni: si parla di esposizione precoce, alfabetizzazione emotiva digitale, videogiochi, strategie educative, rischi da iperconnessione e pericoli della socializzazione filtrata da uno schermo, ma anche di molto altro. Fra tutti questi spunti, ho sentito il bisogno di approfondire con Riva una questione di cui temo ci sia poca consapevolezza: la tecnoferenza.
Professore, di cosa si tratta?
“Con questo termine si intendono le interferenze digitali sulla nostra vita. Paradossalmente oggi c’è molta attenzione sull’uso dei device da parte dei ragazzi: i Governi pensano a leggi per vietare l’uso dei social entro una certa età, i genitori si interrogano sulle regole da dare ai figli e sui modi per controllarli… ma in pochi considerano quello che ci dicono gli studi più recenti e cioè che il modo in cui un adolescente utilizza gli strumenti digitali dipende moltissimo da come sono stati gestiti in casa fin dalla loro nascita. È come se noi adulti dessimo un imprinting ai nostri figli”.







