Una ragazzina fissa lo schermo e chiede ai suoi follower chi preferiscano tra lei e sua madre. Sono vestite nello stesso modo, hanno gli stessi capelli lucenti, lo stesso sorriso, lo stesso atteggiamento davanti alla telecamera. È uno dei tanti fit-check che popolano i social network, piccoli format apparentemente innocui in cui bambine sempre più piccole mostrano l’outfit del giorno, raccontano cosa hanno acquistato, nominano marchi e si espongono a un pubblico di sconosciuti come farebbe un adulto. Molti specialisti da tempo segnalano i rischi di questi contenuti. Una precoce identificazione con il mondo adulto, la costruzione dell’autostima attraverso lo sguardo degli altri, la confusione tra ciò che si è e ciò che si mostra. A questo si aggiungono i pericoli più evidenti dell’esposizione online e dei commenti che possono ferire. Quello che colpisce è che molti genitori sembrano considerare più pericolose le critiche degli estranei che la richiesta continua di performance a cui espongono i figli. Tentano di proteggerli dagli effetti senza interrogarsi abbastanza sulla causa.Quei contenuti non restano dove sono stati pubblicati. Possono essere ripresi, rilanciati da altri profili, trasformati in materiale per video ironici. In questo modo si produce una seconda esposizione del minore che avviene senza il suo consenso e senza alcuna forma di tutela specifica. L’ironia possiede una forza particolare, poi, perché rende normale ciò che dovrebbe interrogarci. Se sorridiamo abbassiamo la guardia e se un contenuto viene trattato come intrattenimento smettiamo di chiederci se sia opportuno che quel contenuto esista. Purtroppo non esistono regole efficaci che affrontino questo aspetto. Se le piattaforme non lo impediscono, se i governi rallentano misure che limitino questi accessi (facilmente aggirabili come dimostrano queste storie) dovrebbe essere il mondo adulto a farsi un esame di coscienza. Per esempio un altro video mostra una bambina di circa otto anni che dalla propria cameretta commenta viaggi, sentimenti e argomenti di attualità. A quell’età non potrebbe aprire autonomamente un account social e il limite è stato aggirato attraverso un profilo condiviso con la madre.Nella biografia compare un indirizzo per eventuali collaborazioni e i commenti sono limitati. Si tenta di proteggere il minore dalle conseguenze dell’esposizione senza interrogarsi abbastanza sull’esposizione stessa. A proposito di quei fit-check Elena Zauli, psicologa clinica e psicoterapeuta, spiega che in casa può essere un momento tenero e di complicità, ma online cambia tutto. Lì non ci sono più due persone che giocano: ci sono migliaia di sguardi, commenti, giudizi. Gli effetti possono essere diversi: sessualizzazione precoce se pose e abiti imitano codici adulti, dipendenza dall’approvazione esterna, inversione dei ruoli quando la madre usa la figlia per ottenere visibilità, conflitto tra sé reale e sé online.«Lo lasci disarmato in mezzo alla folla. Convinto che chiunque non sorrida sia un nemico». Zauli ricorda che questa fase della vita ha una sua mappa fatta di compiti evolutivi che ogni ragazzo deve affrontare per diventare adulto. Non è una bella storia, ma potrebbe trasformarsi se l’adulto decidesse di iniziare davvero a proteggere i propri figli.