Se non si riesce a riaprire Hormuz dal mare, la tentazione è provarci da terra, e nei centri di pianificazione americani quell’ipotesi circola con crescente insistenza. E’ probabilmente la più ingannevole tra quelle sul tavolo. Prima della guerra, circa venti milioni di barili al giorno transitavano per lo Stretto, pari al ventisette percento del commercio marittimo mondiale di greggio. Oggi quel flusso è ridotto a una frazione e il Brent ha superato i cento dollari al barile. La domanda è diventata inevitabile: si può aprire Hormuz con una forza di terra? Sul piano tattico la risposta è sì. Sul piano strategico è no. E’ esattamente questo divario a rendere l’ipotesi pericolosa. L’idea sembra intuitiva: occupare poche isole, riaprire il traffico. Il problema è che Hormuz non funziona così. Nel suo punto più angusto lo Stretto misura trentaquattro chilometri, con due corridoi di navigazione di circa tre chilometri ciascuno, e l’Iran lo controlla attraverso una combinazione di missili costieri, droni da attacco, mine navali e sciami di natanti veloci dell’Irgc-N (componente navale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) che va ben oltre la presenza sulle isole. L’operazione Epic Fury ha affondato oltre cinquanta unità navali iraniane convenzionali, ma oltre il sessanta percento della flotta di piccoli natanti dell’Irgc-N era ancora operativo dopo sei settimane di guerra. Sono questi piccoli natanti, e non le fregate finite sul fondo del Golfo, il cuore del sistema di negazione nell’area.Le isole al centro del dibattito, Abu Musa e Larak all’ingresso dello Stretto, Kharg nel Golfo settentrionale a 660 chilometri di distanza, hanno ciascuna una logica diversa. Le prime due servirebbero a interrompere il controllo operativo del corridoio. Kharg, attraverso cui passa il novanta per cento delle esportazioni petrolifere iraniane, appartiene a una strategia distinta che punta a colpire la leva economica del regime più che a riaprire il passaggio. Nessuna delle due opzioni funziona da sola, e le ragioni sono strutturali. Il primo limite è geografico. Prendere Larak senza prendere Qeshm è inutile, perché Qeshm ospita nei suoi tunnel sotterranei una quota significativa dei missili antinave dell’Irgc. Neutralizzare entrambe senza toccare la costa continentale non risolve nulla, perché quella costa si estende per oltre duemila chilometri, e da qualsiasi punto di essa l’Iran può lanciare missili, droni e batterie mobili che non richiedono basi fisse. Il drone Shahed-136 ha un raggio di oltre mille chilometri e come piattaforma di lancio gli basta un camion, il che rende ogni conquista insulare irrilevante rispetto alla minaccia complessiva.Il limite meno intuitivo riguarda la percezione. Per bloccare il traffico commerciale in uno Stretto non è necessario che i missili colpiscano: è sufficiente che armatori e compagnie assicurative ritengano che il rischio esista. I premi assicurativi per il transito del Golfo erano già saliti prima che iniziassero i combattimenti, sulla sola base delle minacce. Una costa iraniana anche parzialmente degradata dall’aria mantiene intatta questa capacità di deterrenza diffusa, perché il commercio si ferma per la paura, non solo per le esplosioni. C’è poi un problema ancora più difficile da risolvere. L’Iran ha distribuito le proprie capacità missilistiche nell’entroterra, in parte nelle catene montuose dello Zagros, con la consapevolezza che qualsiasi campagna aerea americana avrebbe tentato di neutralizzarle. I sistemi costieri visibili sono stati degradati dall’operazione Epic Fury, ma quelli dispersi nell’entroterra, mobili e concepiti per sopravvivere ai bombardamenti, restano in larga parte operativi. Qualsiasi forza di terra sulle isole si troverebbe esposta a fuoco proveniente da posizioni che nessun presidio insulare può raggiungere e nessun aereo può neutralizzare in modo permanente.La risposta dei pianificatori è un assalto aereo a bassa quota condotto con gli MV-22 Osprey, convertiplani militari capaci di volo librato, integrato da unità aviotrasportate e forze speciali, perché l’assalto anfibio tradizionale è troppo vulnerabile ai missili antinave lungo i corridoi di avvicinamento. Anche questo margine operativo è però minacciato dai sistemi portatili di difesa antiaerea di provenienza russa che l’Iran ha avviato ad acquisire, progettati proprio per colpire questo tipo di velivoli. Una volta a terra, il problema si sposta dalla conquista al mantenimento. I contingenti anfibi americani sono autonomi per quindici giorni, dopodiché richiedono rifornimento sotto il fuoco. L’Iran non avrebbe bisogno di riconquistare le isole immediatamente: gli basterebbe trasformarle in posizioni costose e politicamente imbarazzanti attraverso l’attrito persistente, finché mantenere la posizione diventerebbe la vera missione americana. Quella che nasce come campagna per proteggere la libertà di navigazione si trasformerebbe in un impegno territoriale a tempo indeterminato, in un teatro dove le scorte americane di munizionamenti di precisione e di intercettori missilistici sono già sotto pressione strutturale da mesi.La dimensione politica interna americana è la variabile che nessuna analisi militare può ignorare. Trump non può permettersi prezzi energetici insostenibili con le elezioni di midterm a novembre, ma non può nemmeno permettersi perdite di soldati che riportino l’opinione pubblica alle memorie dell’Iraq. L’Iran conosce questa asimmetria e la considera il vero campo di battaglia: non è necessario vincere sul terreno, basta rendere il costo sufficientemente alto per un tempo sufficientemente lungo finché Washington decida che la posta non vale il prezzo.Resta un argomento che i sostenitori dell’opzione terrestre non enunciano sempre esplicitamente, ma che sottende tutta la loro logica. Forse il regime si dissolve dopo i primi attacchi diretti sul suolo iraniano, forse basta mostrare i Marines per far cedere una leadership già decapitata e privata di buona parte del suo vertice militare. In astratto non è impossibile, ma questa scommessa è già stata fatta ed è già risultata perdente: la dissoluzione rapida era la premessa implicita di Epic Fury fin dal primo giorno, con l’eliminazione della Guida suprema e i colpi al vertice delle Guardie della rivoluzione. Il regime non è caduto. Ha chiuso lo Stretto, ha colpito le basi americane nel Golfo, ha resistito a settimane di bombardamenti senza precedenti nella storia recente del conflitto aereo in medio oriente. Costruire una nuova iniziativa su questa stessa premessa, ben più complessa e costosa in termini di vite umane, equivale a raddoppiare su una mano perdente, scommettendo che il nemico ceda stavolta pur avendo già dimostrato di non farlo nelle condizioni peggiori che abbia mai affrontato.La logica dell’operazione di terra presuppone che esista un punto fisico la cui conquista equivalga al controllo dello Stretto, mentre lo Stretto è tenuto da una rete dispersa, mobile e ridondante che si estende su migliaia di chilometri di costa e di entroterra. Conquistare un’isola in quel sistema significa tappare una maglia di una rete. La minaccia passa da tutte le altre.