Gli Stati Uniti come custodi dello Stretto rappresentano un ritorno al ruolo storico di garanti mondiali della libertà di navigazione. Incomprensibili però le richieste di compenso per un’attività che le Marine sono tenute a svolgere per istituto. Sarebbe il momento per i volenterosi di concertare con gli Usa la loro missione di peace-keeping navale nello Stretto

La mancanza di un principio guida nella gestione della crisi dello Stretto di Hormuz si fa sentire da mesi, da quando l’Iran ha cominciato a mettere in pratica le antiche pretese al suo controllo, e da quando gli Stati Uniti hanno mostrato aperture verso queste rivendicazioni in nome di una strategia di realpolitik tesa a raggiungere una sia pur precaria intesa.

Com’è ormai arcinoto a tutti, Hormuz non appartiene né all’Iran né all’Oman ma è una via d’acqua internazionale aperta alla navigazione delle navi di qualsiasi bandiera a condizione che rispettino sicurezza e ambiente delle acque degli Stati costieri. La sovranità dei due Paesi che si affacciano sullo Stretto deve quindi cedere il passo ai diritti della Comunità internazionale ad usufruire del libero passaggio in quello che è un “bene comune”, un global common.

Su un altro piano stanno le ostilità guerreggiate tra Usa ed Israele contro l’Iran nel cui ambito si pone -come metodo di guerra- il blocco navale statunitense iniziato lo scorso 13 aprile, poi revocato nell’ambito delle iniziative previste dal Memorandum in vista della cessazione del conflitto, ed ora ripristinato. Il provvedimento statunitense incide difatti solo sul transito dei mercantili che fanno capo a porti iraniani e non riguarda il traffico commerciale degli altri Paesi del Golfo.