Mentre sono in corso i negoziati fra Stati Uniti ed Iran in Pakistan, la marina americana inizia a navigare nella parte dello stretto di Hormuz situata sotto il controllo dell’Oman; anche se in realtà solo formalmente. L’Iran infatti minaccia di aver minato i fondali di quell’area e di non essere in grado di bonificarla. Appunto quello che avrebbero iniziato a fare gli americani ieri. Potrebbe essere il primo immediato risultato dei negoziati. Ufficialmente l’operazione è “non coordinata”. Ma è verosimile che gli Stati Uniti abbiano comunicato questa intenzione all’Iran nel corso dei faccia e faccia. Una bonifica quindi iniziata “in tempo reale”. Donald Trump ha colto l’occasione per il solito testosteronico post con schiaffi che vanno anche a chi non lo ha aiutato in questa operazione. Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e “molti altri”. Il fatto che non abbia citato l’Italia probabilmente ha un significato e dovrebbe indurci ad un cauto ottimismo.
La libera navigabilità nello stretto di Hormuz è al centro dei colloqui di pace. Ma appare un miraggio il ritorno allo status quo. Neppure si può però ipotizzare che l’Iran ne mantenga il controllo. Più probabile una situazione ibrida fatta di pedaggi che servano a ricostruire l’Iran. Trump addebiterebbe al resto del mondo il conto del quasi completo disarmo del regime di Teheran e della totale cancellazione della minaccia nucleare iraniana. Infatti si dovrà decidere chi prenderà in custodia quell’uranio arricchito. Verosimilmente sarà una potenza già nucleare ad oggi. Nessun segno + cioè nel numero dei paesi atomici o quasi atomici. In tal senso il mondo sarebbe più al sicuro. Con ogni probabilità i tre maggiori indiziati per prendere in carico l’uranio arricchito di Teheran sono il Pakistan, che ospita i negoziati ad Islamabad, la Cina e la Russia. Lo stretto di Hormuz intanto assurge ad arma letale nell’immediato ma destinato a perdere centralità nei prossimi cinque-sei anni. Crescerà la potenza di trasporto alternativa degli oleodotti. Da est ad ovest, in Arabia, già ne esiste uno e collega il Golfo Persico al Mar Rosso. Sarà sicuramente potenziato. Plausibile anche che aumenteranno i tubi verso sud per arrivare sulle coste meridionali dell’Oman. Pure l’Iraq si darà da fare per far arrivare il greggio nel Mediterraneo attraverso la Turchia. Ridondanza delle vie alternative del greggio sarà la parola d’ordine. E su questo punto l’Italia potrebbe avere carte da giocare con le sue aziende. Hormuz avrà delle alternative percorribili.












