Il pensiero di Francesco Cozzi, pochi minuti dopo la lettura della sentenza di primo grado sul crollo del Ponte Morandi, è per un collega: Massimo Terrile. Per l’ex procuratore capo di Genova, «è stato lui la vera anima e il motore dell’indagine su quanto accaduto il 14 agosto 2018. Purtroppo Massimo è morto poche settimane fa, senza poter vedere l’esito del suo lavoro. È stato un uomo di straordinaria sapienza giuridica, di grande acume e fermezza. Di fatto, è anche l’ultima vittima di questo procedimento». Le parole di Cozzi sono quelle di «un ex magistrato e di un cittadino. La soddisfazione non può essere nel merito della sentenza. La soddisfazione semmai è legata al fatto che si sia giunti alla fine di un processo di enorme complessità, come spiega bene la durata del dibattimento, con le sue 284 udienze. Senza dubbio, quello sul Ponte è stato uno dei casi più traumatizzanti, per me e credo per l’opinione pubblica».Qual è, anche in termini di memoria, la lezione che può trarne Genova, sia pur soltanto dopo il primo grado di giudizio?Penso sia stata sostanzialmente riconosciuta la tenuta dell’impianto accusatorio, con la rappresentazione delle contestazioni fatte dal pm. In particolare, è rilevante il riconoscimento del principio di responsabilità: mi riferisco anche alla prospettazione dell’omicidio colposo stradale. Preferisco non esprimermi invece sul mancato riconoscimento dell'aggravante lavoristica rispetto agli omicidi colposi. Ricordo solo che il ponte Morandi al momento del crollo era di per sé un cantiere, dove erano in corso delle attività. Credo, in definitiva, che il crollo del Ponte sia stato un caso esemplare, nel male e nel bene.In che senso?Nel male, perché ci ha consegnato la realtà di un bene pubblico demaniale dato in gestione, anche per fare profitti, che però si sarebbe dovuto gestire e mantenere nelle stesse condizioni in cui è stato ricevuto. Non è stato così, tanto che il Ponte Morandi si è rivelato la punta di un iceberg, come hanno poi dimostrato altre inchieste aperte su altri ponti e altre gallerie: la rete autostradale ha vissuto una stagione di degrado senza precedenti. Poi però dobbiamo guardare anche a ciò che di bene e di positivo, questa vicenda ha portato con sé: mi riferisco alla straordinaria tempra mostrata da Genova e da tutta la comunità nazionale nel reagire davanti a una tragedia del genere.Sta pensando alla ricostruzione a tempi record?Certamente. Si è trattato di un lavoro corale, che ha superato polemiche e divisioni. In quei mesi non c’è stata quasi nessuna sbavatura, perché le istituzioni hanno mostrato di saper collaborare insieme a un obiettivo comune, quello di restituire sicurezza e funzionalità a un’infrastruttura indispensabile per tutti i cittadini.Secondo i legali di Giovanni Castellucci, la condanna a 12 anni dell’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia configura però «una sorta di responsabilità di posizione».Non entro nel merito, mi limito a rilevare che la violazione contestata era relativa a obblighi legati proprio a un certo tipo di posizione, che presupponevano vigilanza su settori nei quali era richiesta cura e manutenzione. La domanda che ci siamo posti è stata: a cosa si è dato priorità? Al profitto e ai dividendi o al tema della sicurezza delle persone?Per Egle Possetti e il Comitato dei parenti delle vittime, si è posto un punto fermo, facendo crollare la cortina di fumo che aleggiava intorno ai responsabili.Credo si possa dire che nonostante tutto i familiari hanno avuto giustizia, anche se tuttora vivono un lutto irreparabile. Penso sempre alle 43 vittime, in particolare alle giovani vite spezzate di Samuele, Camilla, Manuele, a chi tornava dalle vacanze e ha trovato la morte. Questa sentenza, in un certo senso, è dedicata anche a loro. Da parte mia, non posso non rendere omaggio all’attività esemplare portata avanti in questi anni dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza, dai soccorritori e dai Vigili del fuoco. Infine, il mio riconoscimento più grande va ai miei colleghi, che hanno condotto un immane lavoro, sia durante le indagini che durante il processo.
«Il Morandi è stato solo la punta di un iceberg. Questa sentenza rende giustizia alle famiglie»
L'ex procuratore capo di Genova, Cozzi: «La rete autostradale era in uno stato di degrado: servivano cura, manutenzione e vigilanza. La domanda che ci siamo posti è stata: a cosa si è dato priorità? Al profitto e ai dividendi o alla sicurezza delle persone?»












