di
Andrea Pasqualetto
Genova, lo stupore dei familiari delle vittime: «Andavano fatte a suo tempo, perché solo ora?». Si chiude il processo mostre contro gli ex vertici di Autostrade, Spea e dirigenti del Ministero delle Infrastrutture
«Nel tempo che seguì il crollo del ponte Morandi continuavo a domandarmi come fosse stato possibile non chiedere immediatamente scusa per quanto era successo... Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili, porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale... Rompiamo dunque il silenzio».
Aspi e i BenettonA otto anni dal disastro del ponte Morandi e alla vigilia dell’attesa sentenza al termine di un processo monstre, arriva la sorprendente lettera di scuse da parte di Autostrade per l’Italia (Aspi), il concessionario che gestiva la struttura. La firma è di Arrigo Giana, amministratore delegato della società dallo scorso anno, che ricorda come l’azienda sia profondamente cambiata. Ci sono nuovi azionisti, nuovi dirigenti e lo Stato si è messo al timone con un occhio attento alla sicurezza. La lettera (testo integrale in pagina) è anche una presa di distanza dalla vecchia proprietà, la famiglia Benetton, che a Genova non gode di molte simpatie e le mancate scuse dopo la tragedia non hanno aiutato. «Dalle nostre parti il silenzio è considerato un segno di rispetto», cercò di spiegare Gilberto Benetton, venuto a mancare pochi mesi dopo il crollo, in rappresentanza del gruppo trevigiano allora proprietario (era primo azionista di Atlantia che controllava Aspi). Un anno dopo fu suo fratello Luciano a far insorgere i parenti delle vittime: «Nessun componente della famiglia ha mai gestito Autostrade, siamo parte lesa», disse e si alzò un altro polverone. Solo nel 2022 Alessandro Benetton, figlio di Luciano, fresco di nomina a presidente della holding di famiglia Edizione, che aveva firmato l’accordo con Cassa depositi e prestiti per uscire dal capitale di Aspi, fece un mea culpa: «Avremmo dovuto subito chiedere scusa».











