Il racconto del trattamento riservato ai migranti nei campi di detenzione libici è raccapricciante. Chi finiva nelle mani degli aguzzini pagava carissimi i suoi sogni di una vita migliore e le certezze degli europei, la garanzia di non subire “invasioni” e, allo stesso tempo, il desiderio di affidare ad altri il lavoro più ignobile, e non vedere gli abusi. Ogni tanto, però, chi riusciva ad arrivare dall’altra parte del Mediterraneo poteva testimoniare, e in certi casi persino avere giustizia. È successo a un gruppo di somali che, in un centro di accoglienza di Milano, hanno riconosciuto il loro carnefice nei campi di Bani Walid e di Sabratha, lo hanno denunciato e fatto condannare all’ergastolo.

Quello che segue è il racconto dei maltrattamenti subiti dai migranti fra il 2015 e il 2016, ricavato dalle testimonianze delle parti civili nei tre gradi del processo contro Osman Matammud detto “Ismail”, “gestore” del campo di detenzione di Bani Walid per conto di un altro somalo, identificato come Kalifa, Ali Bur oppure Ali Omar:

Abdiraman, minorenne all’epoca – Ismail minacciava di picchiare e uccidere chi non avesse pagato. Ripeteva spesso: «Posso uccidere quando voglio e come voglio. Posso fare quello che voglio». Io sono stato picchiato più volte perché il mio pagamento tardava ad arrivare. Una volta sono stato legato e picchiato da Ismail che mi ha messo la testa in un secchio d’acqua. Un’altra volta sono stato colpito alla testa con un sasso e ferito sul costato con un cavo elettrico. Una volta Ismail è entrato nel capannone e per il solo fatto che io ed altri stavamo parlando, mi ha lanciato un coltello, ferendomi alla mano.