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Mara Tunno ricorda bene il suo incontro con B., un ragazzo di 20 anni del Gambia. Era tranquillo ma assente, per quasi tutta la durata del colloquio ha tenuto lo sguardo abbassato. «Mi disse che non si sentiva più un essere umano».
Aveva lasciato la sua casa e la sua famiglia per provare a raggiungere l’Europa. Quando era arrivato in Libia era finito in un centro di detenzione per migranti. Lì, per mesi, è stato privato di cibo e acqua, messo in isolamento e torturato: i suoi carcerieri lo hanno appeso con delle corde, gli hanno spento delle sigarette sul corpo e lo hanno sottoposto alla falanga, un tipo di tortura che consiste nel picchiare ripetutamente le piante dei piedi e che alla lunga può compromettere la capacità di camminare.
Tunno ha 34 anni, fa la psicologa ed è responsabile della salute mentale per i progetti di Medici Senza Frontiere (MSF) in Italia. Lei e B. si sono incontrati a Palermo, in una delle stanze dove ogni settimana diverse persone migranti che hanno subìto e sono sopravvissute a torture e violenze vengono seguite in un percorso di riabilitazione da medici, psicologi, operatori sociali, mediatori culturali e avvocati.
Nei centri di detenzione libici, parte del complesso sistema con cui l’Italia e l’Unione Europea cercano di fermare le partenze di migranti dalla Libia, le violenze sono sistematiche: le persone che riescono a uscirne ci mettono molto tempo a riprendersi – alcune non si riprendono affatto – anche perché nella maggior parte dei casi non sono seguite da specialisti.






