Madrepatria ed ex colonia, flamenco e tango, calciatori emigrati a est e poeti in fuga a ovest. Dopo i veleni di Argentina-Inghilterra, quella tra Roja e Albiceleste è la finale tra due parenti strette. Un ponte invisibile unisce le due sponde dell'Atlantico, grazie al pilastro di una lingua in comune. Lo percorrono atleti, scrittori, artisti e passioni. Per scoprirsi a casa su entrambe le rive, un po' argentini e un po' spagnoli, un po' gauchos e un po' matadores.
È il caso del mito fondativo della squadra simbolo del calcio spagnolo: Alfredo Di Stefano arrivò al Real Madrid a 27 anni e lo guidò alla vittoria di cinque Coppe dei Campioni consecutive. Bisogna fidarsi delle testimonianze perché le prove video sono scarne, ma chi lo ha visto giocare lo mette al tavolo dei Pelé, Maradona e Messi. È stato il più grande calciatore a non giocare mai un Mondiale, né con la Selección né con le Furie rosse. Domenica, comunque vada, il Mondiale lo vincerà il suo Paese.
Con Cristiano Ronaldo, Di Stefano è il madridista con più gol all'attivo nel Clasico. Li supera solo il blaugrana Leo Messi, simbolo dell'Argentina, eppure anche catalano da quando aveva 13 anni e il Barcellona lo portò da Rosario alla Masia, garantendogli le cure di cui aveva bisogno. D'altronde la stessa maglia era già stata indossata da Diego Armando Maradona, una volta attraversato l'Atlantico. Se il rapporto tra il Pibe de Oro e la Spagna fu breve, spezzettato e sofferto, lo stesso non si può dire per il suo compagno di Messico 1986 Jorge Valdano, che chiuse la carriera in campo col Real e oggi scrive di sport per El País. Più raro che i signori del calcio si trasferissero a ovest. Ma l'allenatore argentino Helenio Herrera, il Mago che fece grande l'Inter dopo aver dominato in Spagna, era figlio di migranti spagnoli.










