Un sistema elettorale, senza preferenze, non fa altro che aumentare la dipendenza. Sia che si tratti di garantire al sesso debole un’adeguata rappresentanza, sia di difendere le prerogative degli incumbent maschi contro ogni outsider che non sia un predestinato, designato dalle segreterie di partito. Tutto bene, per carità. Ma poi non ci si meravigli se la metà dell’elettorato non va a votare. Il commento di Gianfranco Polillo

Gli inglesi utilizzano un termine – incumbent – che getta un ponte tra il lessico politico e quello dell’economia. Nel primo caso indica il politico in carica che si sta o vuole ricandidarsi. Nel campo dell’economia, invece, identifica l’azienda leader che già domina un determinato mercato e possiede una posizione di forza consolidata rispetto ai nuovi concorrenti. Esiste poi una terza accezione (come obbligo morale o responsabilità) che nel nostro caso, tuttavia, non rileva.

Applicando gli schemi logici che sono sottesi a queste definizioni è facile svelare il presunto mistero che ha portato alla bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, in materia di legge elettorale. Bocciatura che ha premiato soprattutto l’opposizione, alla perenne ricerca di quella buccia di banana su cui far scivolare il governo in carica. Obiettivo che tuttavia ha solo offuscato l’esistenza di problemi comuni con la maggioranza. Cosa più che ovvia, considerando che la legge elettorale rappresenta l’ossatura della politica, per cui i meccanismi della rappresentanza interessano trasversalmente tutte le forze in gioco.