L’attuazione dell’autonomia differenziata ha raggiunto una prima approvazione nell’Aula del Senato. Palazzo Madama ha approvato le risoluzioni sulle preintese con Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria. Ma si tratta solo di un piccolo antipasto. E sui tempi del suo arrivo effettivo in tavola le incognite superano le certezze: tanto più dopo che i travagli della legge elettorale a Montecitorio hanno aumentato parecchio le quotazioni di una fine anticipata della legislatura, al massimo ad aprile 2027. Ma con le elezioni ad aprile l’autonomia non si approva, ha certificato due settimane fa il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, leghista tendenza nord che al tema è appassionato da decenni.

Le materie da trasferire

L’Aula di Palazzo Madama ha mosso il primo passo. Le risoluzioni approvate riguardano, si diceva, le preintese con le quattro regioni del Nord a guida centrodestra che hanno deciso di andare avanti sui margini (forse) concessi dalla sentenza 192/2024 della Consulta che ha dichiarato sette illegittimità costituzionali della prima legge quadro, la 86 del 2024, imponendo un correttivo che sonnecchia da quasi un anno in commissione, sempre al Senato.

Le preintese riguardano le materie che, almeno nella lettura di Governo e maggioranza, non impongono la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) prima dell’avvio delle devoluzioni alle Regioni che ne fanno richiesta. Nel “negoziato”, quindi, sono finite la protezione civile, ma solo per gli interventi di ambito regionale come specificato nei giorni scorsi in audizione dal ministro Nello Musumeci, le professioni, ma con esclusione di quelle regolate da ordini e delle sanitarie, la previdenza complementare, e la sanità. Quest’ultima è già in larga parte regionale, ma l’autonomia differenziata promette di trasferire funzioni aggiuntive su tariffe, gestione dei fondi nazionali per gli investimenti e risorse integrative per il personale, a carico della regione.