Egregio direttore, leggo spesso le sue risposte e in molti casi mi trovo d'accordo con lei. Non è accaduto nel caso della su risposta di ieri sul caso Report. Mi è apparsa una difesa di Ranucci e del metodo Report, che non condivido. Non so se sia scattata in lei qualche forma di autodifesa della casta dei giornalisti, ma non mi ritrovo nelle sue parole. Perchè quel modo di far giornalismo non si è mai fatto scrupolo, lo dico anche per esperienza diretta, di attaccare e demolire gli avversari o le vittime delle loro inchieste. Oggi si ritrovano loro nell'imbarazzante ruolo di vittime e sono sotto osservazione dei media e della giustizia. Bene. Francamente non provo nessuna solidarietà nè simpatia per loro. Chi la fa, l'aspetti. Lettera firmata Treviso
La risposta del direttore del Gazzettino, Roberto Papetti Caro lettore, non so se esistano una o più caste di giornalisti. Sono sicuro però di non fare parte di alcun sodalizio che annovera tra i propri informatori personaggi come Valter Lavitola. Ma leggendo quanto lei scrive, è evidente che non sono riuscito a spiegare bene, non a tutti almeno, il mio pensiero sulla vicenda Report e i suoi molti risvolti, non solo giudiziari. Proverò a rimediare. Non ho in alcun modo difeso Sigfrido Ranucci. Ho cercato di mettere in ordine i fatti e di non farli prevalere sulle opinioni, le simpatie o le antipatie. Come dovrebbe sempre avvenire. Immagino la sua obiezione: ma in tanti casi le trasmissioni come Report si sono comportate in modo ben diverso. Hanno trasformato i sospetti in accuse, le ipotesi di reato in condanne, le amicizie in possibili o potenziali associazioni a delinquere. Vero. Ma questo non cambia il mio punto di vista. E' compito della magistratura definire responsabilità ed emettere condanne. Non dei giornali o delle trasmissioni tv. La funzione, importantissima per una democrazia e un sistema d'informazione libero, del giornalismo d'inchiesta è quella di scavare per scoprire realtà scomode o tenute nascoste, sollevare interrogativi, trovare e pretendere risposte, non insinuare sospetti e sbattere mostri in prima pagina o in prima serata. E il garantismo non può funzionare a corrente alternata e secondo la bisogna. Soprattutto non lo si può invocarlo solo a propria tutela e farsene beffe quando a finire sotto la lente dei media o della giustizia sono gli altri. Fa quasi sorridere che la redazione di Report oggi lamenti, a proposito dell'inchiesta sull'attentato a Ranucci e i suoi sviluppi, l'uso di fonti riservate da parte di altri mezzi di comunicazione e chieda alle autorità di intervenire. Ma come, per anni sono state mandato in onda spezzoni di intercettazioni, interviste rubate di scarso o nessun rilievo penale, è stato ignorato in ogni modo il segreto istruttorio e oggi la redazione di Report rivendica a propria difesa il rispetto della privacy? Vede caro lettore, il punto è proprio questo. Non difendo Ranucci o il cosidetto "metodo Report". Difendo le regole: la privacy, il rispetto delle persone, il garantismo. Che credo debbano valere sempre e per chiunque. Anche per chi, talvolta o spesso, le ignora o le calpesta.















