Esce oggi “The Odyssey” di Christopher Nolan, kolossal su un poema greco dove di greco non c’è quasi nessuno. Zendaya fa la dea Atena, la biondissima sudafricana Charlize Theron la ninfa nordafricana dunque probabilmente nera Calipso, l’inglese Samantha Morton l’italiana Circe, l’americana Anne Hathaway la greca Penelope, il colombiano John Leguizamo il porcaro Eumeo, l’indo-inglese Himesh Patel il cognato di Ulisse. E poi c’è Lupita Nyong’o, che non solo è kenyota, ma è nera, nerissima, di ebano, e interpreta sia Elena che Clitennestra. E qui la polemica esplode con una violenza che i porcari e le maghe non avevano mai meritato.Nessuno si è scomodato per il cognato di Ulisse, interpretato da un’attore di origine indiana dunque scuretto, ma per l’Elena più bella del mondo la sensibilità etnica di una parte della critica e pure quella ultrapolitica del regista Nolan e dei suoi sceneggiatori, si risveglia di colpo. Una pubblicità semplicemente formidabile. Chissà. Nolan e la stessa Nyong’o hanno spiegato per bene le ragioni della scelta, tutte esplicitamente ideologiche: un gesto di rappresentanza in un’epopea che da sempre ne è priva. E in un’intervista televisiva la signora Nyong’o si è spinta, ovviamente senza alcuna ironia, a criticare Omero perché avrebbe messo poche donne (e chissà forse mai nere) nei suoi componimenti. Resta però da capire, sommessamente, e qualche dubbio ci permettiamo di avanzarlo, se il pubblico pagante si accorgerà di tutto questo travaglio concettuale e politico o se, come già successo con Zendaya dea e Theron maga, si limiterà a comprare il biglietto senza troppo interrogarsi sulla filologia etnica del mito o sugli attestati ideologici e i messaggi reconditi via colore della pelle trasmessi dal regista Nolan. Se così fosse lo sforzo di Nolan, va detto con circospezione, rischierebbe di restare un discorso tra addetti ai lavori, un manifesto letto soltanto da chi il manifesto lo scrive. Ipotesi non peregrina, considerato quanto in fretta si dimentica chi ha provocato l’ira del pelide Achille o le traversie di Ulisse, purché lo faccia con un minimo di fascino.Chi denuncia, non sempre a torto, lo stupidario woke indica come modello la tedesca Diane Kruger, Elena altrettanto aliena all’ellenismo in “Troy”, pellicola che massacrava il mito fino a un Achille dalla faccia yankee di Brad Pitt morto sotto le mura di Troia. Altri ricordano il whitewashing di una volta, il mongolo Gengis Khan fatto da John Wayne, la regina di Saba etiope interpretata dalla ciociara Gina Lollobrigida, Andromeda impersonata dalla bionda inglese Judi Bowker, un Gesù mediorientale sistematicamente biondo e con gli occhi azzurri. Il cinema americano, quello splendido baraccone, quel budoir di polvere di stelle, non solo dava il ruolo dei neri ai bianchi, ma dava pure il ruolo dei superbianchi a dei mezzi neri come nel film “I vichinghi”, con due eroi nordici interpretati dall’italoamericano Ernest Borgnino e dall’ebreo ungherese Tony Curtis. Per non citare l’egiziano Omar Sharif nei panni del russo Dottor Zivago. Nolan ci mette un carico politico, vuole lanciare, lo ha detto, un messaggio, ma chissà cosa coglierà invece il pubblico abituatissimo ormai a una società sempre più mescolata in cui anche i volti dei divi si sono fatti variegati, e abituato praticamente da sempre a un mondo del cinema, quello holywoodiano, in cui si è già visto di tutto interpretato da chiunque. Così la nera Lupita può fare Elena “dalle bianche braccia” esattamente come John Wayne, eroe del West, poteva fare il conquistatore mongolo. E probabilmente, al di là delle intenzioni del regista, non ci farà caso nessuno. Con o senza ideologia, il pubblico intanto va al cinema in ogni caso. E del film dirà che è bello, o brutto. Ma lo scopriremo presto. “The Odissey” esce oggi.
Il dubbio che lo sforzo woke di Nolan s’infranga sull’abitudine del pubblico
Con la scelta di far interpretare Elena a Nyong’o, il regista ci mette un carico politico. Ma chissà cosa coglierà invece il pubblico abituato ormai a una società sempre più mescolata, in cui anche i volti dei divi si sono fatti variegati, e a un mondo del cinema in cui si è già visto di tutto interpretato da chiunque















