Siamo in quel punto del ferro di cavallo dove quelli che qualche mese fa ridevano di chi insultava Emeral Fennell perché, nel suo “Cime Tempestose”, Heatcliff non era un orfanello nero ma un australiano alto due metri, oggi insultano Christopher Nolan perché ha fatto interpretare a un’attrice nera, Lupita Nyong’o, Elena di Troia.
Semplificheremo parlando di woke, parola che detesto, ma almeno ci capiamo: c’è qualcosa di più woke del dire che una certa parte in un film deve essere interpretata da un attore di una certa etnia o di un certo sesso?
Negli anni abbiamo dovuto assistere a uno spettacolo penoso fatto di scuse e disoccupazione, culminato con il Buffalo Bill de “Il silenzio degli innocenti” che si scusa per la rappresentazione che ha fatto delle persone transgender – al massimo doveva chiedere scusa a Ed Gein, ma abbiamo capito che gli attori hanno sostituito il metodo Stanislavskij con il metodo «Non una di meno».
In un’opera scritta da un autore che forse non è mai esistito e dove la totale sospensione della realtà è data da mostri con un occhio solo, uomini trasformati in maiali, divinità varie e da uno che invece di fingersi morto come Don Draper vuole tornare a casa da moglie e figlio, la linea invalicabile dell’accettazione è stata tracciata su quella bella ma nera, però fatemi anche dire che in un’ideale scala wokometrica Lupita Nyong’o che fa Elena è 1, Hunter Schafer sarebbe stato almeno un 9.













