Rimango in ascolto delle onde, delle barche e dei gabbiani, e anche delle voci isolate della città. Mentre sono ancora aletto, dalla piccola finestra della stanza scorgo l’acqua del Rio di San Polo, che qualche metro più in là sfocia nel Canal Grande, a pochi passi dal Centro Tedesco di Studi Veneziani nel Palazzo Barbarigo, dove mi trovo per qualche giorno. Non solo il profumo delle lenzuola, anche l’arredo e la stessa piccola stanza degli ospiti sembrano provenire da un’altra epoca. Afferro il telefono per spegnere la sveglia che sta per suonare. E chiudo gli occhi ancora una volta.
Non so con certezza quando abbia avuto inizio il dolore contro cui combatto, ma che continuo a percepire. So solo che mi accompagna da tempo. Potrei farne risalire l’inizio a quel giorno in cui, mentre stavo per salire su un palco a Heidelberg, ricevetti una telefonata da mia madre che non era solita chiamarmi la sera. Ricordo che guardai il cellulare e le molte persone in sala, poi lo spensi, salii sul palco, presi posto accanto alla presentatrice e decisi di soffocare il panico che mi saliva dentro sorridendo al pubblico. Sapevo cosa volesse dire quella telefonata. Una parte di me la attendeva da mesi.







