Quando tentiamo di identificare le caratteristiche comuni di un grave lutto che colpisce persone diverse, lo facciamo per ottenere gli strumenti per la cura di chi si trova nell’abisso della perdita e del dolore. Carmen Pellegrino, nel raccontare la propria esperienza di attraversamento del buio, chiarisce che non è possibile ottenere una regola universale: ognuno reagisce come sa, e non è detto che quella reazione valga per tutti i lutti che, fatalmente, si incontrano. “Le verità provvisorie” (Solferino), titolo e argomento di un libro che terrò prezioso, sono lo spazio intermedio tra il prima e il dopo, un mondo a parte che è profondamente vero anche se non necessariamente reale. La perdita irrimediabile di qualcuno che si ama richiede una condizione intermedia, spazio e non-spazio e tempo e non-tempo, che l’autrice trova in un diario. Le offre l’opportunità di riscoprire il potere della scrittura come elemento fisico e psichico di salvezza, di elaborazione e di osservazione di sé, di progressione pietosa e taumaturgica verso l’accettazione di un nuovo stato familiare e individuale. Quando il padre muore, all’improvviso e con un inevitabile seguito di senso di colpa, Carmen vaga smarrita ma lucidissima tra la necessità di gestire la parte materiale della perdita e la voragine interiore che, minacciosa, rischia di inghiottirla. E si affida alla scrittura, andando anche oltre: non solo si appropria di un linguaggio intimo che, viste le circostanze, è inizialmente irrealistico, ma si incuriosisce e allarga lo sguardo, cercando altri diari, altre parole che hanno significato qualcosa per qualcuno in altri luoghi e in altri tempi. Si rende conto che quella finzione di confine (il diario non reale ma vero per sé) le regala una tregua necessaria, un’intercapedine incomprensibile agli altri, una tana silenziosa e un ristoro progressivo. Scrivere il dolore diventa un aiuto per chi legge solo se l’unicità dell’esperienza riesce ad aprirsi, a suggerire uno spiraglio, un immenso gesto generoso dell’autrice: denudarsi, ma anche elaborare in un senso più universale, come forma di autocura che le permette di ritornare a percepirsi viva. Addirittura, la porta a rendersi conto del proprio valore: in un passaggio commovente, ammette di avere a lungo rinunciato a pretendere il meglio per sé. È una scrittura, come lei stessa afferma, senza futuro né ambizione, «solo per continuare a esserci».Il diario è un fortissimo aiuto per la guarigione della propria interiorità, e l’uso della scrittura a mano ha dimostrato in numerosi studi di psicologia e neurologia di favorire i processi cognitivi, la concentrazione e il pensiero astratto: affermazioni che potrebbero apparire troppo scientifiche, se non avessimo la testimonianza di una scrittrice che ha deciso di condividere il cammino di resistenza e rinascita dopo una delle perdite più drammatiche della vita. Voglio ringraziarla: mi ha fatto percepire la potenza dell’amore che può sgorgare dall’universalità del dolore.
Parole oltre il buio della morte
Un padre si spegne, con il seguito di senso di colpa di chi resta. Ognuno reagisce al lutto come sa, senza regole precostituite. Per l’autrice la scrittura, il







