“Il lutto si rivela come un luogo che nessuno di noi conosce finché non ci arriva”, scriveva Joan Didion in quella sua Bibbia laica sulla perdita che è L'anno del pensiero magico, scritto in seguito alla morte dell'amatissimo marito. Difficile trovare una verità più assoluta quando si parla del dolore legati ai propri affetti comparsi: l'ingresso nei mari velati di pianto e rimpianto è una navigazione ignota e personalissima, che ognuno affronta a vista come vuole e può, perché non ci sono fari in questa vastità dolorosa. Nemmeno nei luoghi che pensiamo possano eternare la vita e il ricordo, nemmeno in quella tecnologia che oggi come oggi ci promette un'immortalità perlopiù virtuale.Di recente ho riflettuto spesso su questi temi mentre scrollavo, stancamente e sempre più raramente, quel cimitero degli elefanti - la metafora funerea non è casuale - che è diventato Facebook. Mentre la vitalità dei contenuti si è spostata su altri lidi, il primissimo social network si è trasformato in un affastellarsi di annunci improbabili, fake news e gruppi dagli usi più disparati. Tra questi a colpire la mia attenzione (e, non so bene perché, a popolare il mio feed) ci sono tantissimi gruppi di fotoritocco. Ce ne sono tantissimi, di tipi diversi, di ogni nazionalità, ma il trend in Italia spinge forte. Sono community, in particolare, in cui le persone magari meno avvezze a Photoshop chiedono a utenti più esperti di modificare le proprie foto: c'è la sposa che chiede di rimuovere qualche piega sul vestito (o la suocera) nelle foto del matrimonio, il refrattario della palestra che vuole farsi aggiungere un po' di muscoli, il deluso in amore che vuole rimuovere la propria ex, quello che si vuole far aggiungere un po' di capelli senza volare low cost in Turchia, il viaggiatore maldestro che chiede di raddrizzare l'orizzonte, tantissime ma tantissime donne che chiedono di snellire qualche chilo che loro considerano di troppo.In queste richieste apparentemente superficiali si nascondono in realtà picchi altissimi e bassissimi di umanità, un'enorme forbice tra empatia e ironia, abissi di senso e di stratificazione che è arduo sbrogliare in poche parole. Le risposte agli appelli di fotoritocco sono molto variegate: c'è chi si prodiga per realizzare il risultato migliore, riconsegnando un briciolo di fiducia nell'altruismo; c'è chi fa appello alla propria sagacia interpretando fantasiosamente le richieste stesse (le suocere di cui sopra sostituite da Satana, capelli gonfiati all'inverosimile, paesaggi sostituiti con sfondi improbabili e così via); infine, purtroppo, c'è anche chi come al solito dà libero sfogo alla propria frustrazione astiosa, lasciando commenti di puro e gratuito odio ("Neanche tutti i photoshop del mondo riuscirebbero a renderti magra" e cose di questo tipo). Ma sempre nei commenti c'è chi fortunatamente tocca, rassicurando, i nervi più scoperti del problema: “Sei già bella così”, “Questa foto non ha bisogno di modifiche”… Viviamo attanagliati di insicurezze indotte da quegli stessi canali online a cui chiediamo di alleviarle a colpi di bacchette magiche e filtri distorsione.Riportare indietro il tempoC'è poi tutto un sottogenere di questi gruppi che mi ha colpito particolarmente, lasciandomi a volte interdetto a volte commosso fino alle lacrime. Sono quelli in cui persone che hanno perso degli affetti cercano in qualche modo di “riportarli in vita”: foto di genitori, consunte dai decenni, che si chiede di sistemare e ricomporre; scatti sfocati da sistemare per conservare un ricordo nitido di chi non c'è più; amori perduti che si vogliono riattualizzare. Gli appelli più strazianti, però, vengono da madri e padri che hanno perso i figli giovani: nella maggior parte dei casi chiedono di far vivere ai propri piccoli esperienze che non hanno avuto il tempo di attraversare (un viaggio, una partita di calcio, una laurea…). “Il mio angelo è volato in cielo dieci anni fa, mi mostrate come sarebbe oggi?”, “La mia piccolina se n'è andata troppo presto: le mettete un abito da sposa?”, “Vorrei tanto che in questa foto mio figlio e mio marito si abbracciassero”: oggi l'intelligenza artificiale permette di rimediare, seppur fugacemente, a questi scarti del tempo, addirittura animando in piccoli video istanti che non sono mai esistiti.“Il digitale stimola talmente tanto la nostalgia da cercare di eliminarla”, ci spiega Davide Sisto, filosofo torinese, esperto di tanatologia e autore di Vivere per sempre. L'Aldilà ai tempi di ChatGPT (Bollati Bolinghieri): “Stando online da parecchio tempo, siamo letteralmente soffocati dalle tracce registrate della vita nostra e dei nostri cari (foto, testi scritti, video, messaggi vocali). Pertanto, quando ha luogo la perdita, il lutto, che è l'esperienza in assoluto più dolorosa che si possa affrontare, tutto questo materiale presente online riproduce all'infinito l'amarezza e la tristezza provate per chi amiamo ed è ora assente”. Al contempo, ovviamente, questo prolungamento dello struggimento è anche un preservare il ricordo, un donare ulteriore afflato di vita a chi vita non ha più. È un'illusione, certo, ma chi ha attraversato gravi lutti sa che a volte l'illusione è tutto ciò a cui ci si può o vuole attaccare.Quando nel 2022 è morta mia madre, io e i miei fratelli ci siamo resi conto che non avevamo foto di lei da sola, in posa, il solito ritratto che le imprese funebri con più o meno tatto ti chiedono quando si attraversano quei preparativi surreali ma necessari prima del funerale. Lei era una donna timida, diventava paonazza se messa al centro dell'attenzione o di fronte a un obiettivo, probabilmente anche lei - che su Facebook passava le ore tra gruppi di uncinetto e giochini forieri di virus che le impallavano il telefono - avrebbe prima o poi chiesto un piccolo ritocco a una delle tante community di questo tipo. Sta di fatto che dal nulla, in quell'impresa funebre resa ancora più fredda e grigia dallo smarrimento, sbucò fuori Silvia.Anche se di qualche anno più grande di me, Silvia era una delle amichette con cui giocavo da piccolo ma poi, come spesso capita crescendo e trasferendosi, l'avevo persa di vista. Non sapevo che lavorasse lì, e non sapevo nemmeno cosa facesse di preciso. Fu proprio lei, in quel momento, a dirmi: “Se avete una foto insieme, ci penso io”. Abbiamo trovato un selfie in cui eravamo insieme, io e lei, al matrimonio di mio cugino: mia mamma era vestita bene, sorridente, con una bella piega appena fatta. Silvia mi ha tolto dall'inquadratura, l'ha raddrizzata un po', ha ritoccato qui e lì, ha perfino tirato un po' su la scollatura, per produrre un'epigrafe decorosa e perfetta. Silvia è uscita a sorpresa dai miei ricordi, si è palesata nel momento in cui ne avevo più bisogno, ha fatto il suo lavoro con delicatezza e precisione sicura. Soprattutto ha regalato a mia madre (e a me) una nuova foto. Un nuovo pezzettino di vita in quel dilagare di morte. Le sarò sempre grato, anche se forse non gliel'ho mai detto direttamente, e a maggior ragione penso sempre a questo momento con Silvia quando vedo queste accorate richieste di fotoritocco, che per me non sono mai patetiche, bensì piene di una strenua volontà di attaccarsi alla vita.Di fronte all'elaborazione del lutto, del resto, bisogna sospendere ogni giudizio, anche in queste richieste social che ogni tanto possono sembrare naïf. Quello che a me colpisce, quando in particolare si chiede di animare qualche scatto antico, è che l'essere umano sembra più che mai incapace di accettare la fine, e oggi pensa di avere tutti gli strumenti a sua disposizione per rimandarla o addirittura annullarla: “L'animazione delle foto è, in un certo qual modo, ‘anti-nostalgica’: provo nostalgia per la perdita del mio caro, questa nostalgia è continuamente stimolata dalle immagini fotografiche, che però sono immobili, dunque cerco di animarle per provare a ritrovare il rapporto perduto, per illudermi di ritrovarlo", spiega ancora Sisto, che ricorda anche come nel XIX esistessero le fotografie spiritiche, in cui si sovrapponevano analogicamente le foto dei vivi e dei defunti per mantenere una presenza e una costanza: “Anche se si tratta di pochi istanti, l'animazione della fotografia è un modo per farci credere che la persona in fondo sia ancora con noi, limitando il senso dell'assenza e dunque la nostalgia”.Scrivendo di queste cose sono andato a rivedere l'etimologia proprio di questo termine, nostalgia. Lo pensavo antico e invece lo è meno di quanto si possa credere: l'ha coniato nel XVII secolo un medico svizzero (non a caso un sinonimo allora era “mal svizzero”) per definire la sensazione che provavano i tanti mercenari costretti a passare molto tempo lontani da casa. Il “dolore del ritorno a casa” - questo il significato del neologismo dal greco - è una sensazione che oggi applichiamo a ogni cosa, ma conserva in sé il nucleo di quella battaglia contro lo sradicamento. Una battaglia che, soprattutto se tradotta nel digitale di oggi, porta con sé dei rischi: “A livello di privacy, credo che il problema sia più che altro dare in pasto a una community di sconosciuti immagini della propria vita privata, senza tener conto di quello che si sta facendo”, riflette Davide Sisto: “A margine, certamente, il mostrare pubblicamente una grande fragilità può essere svantaggioso perché uno sconosciuto può, a partire da quella fragilità esposta, provare a ingannare il dolente”. Ma il rischio più grande, come sempre quando si parla di lutti, è il non riuscire ad andare avanti, non accettare la fine e l'inevitabile.Nella società di oggi, quella della post-realtà e dell'intelligenza più artificiale che umana, quella del turbo-capitalismo e dell'ecoansia, la morte è un grande rimosso. Ne siamo costantemente circondati (guerre, genocidi, pandemie, violenze generalizzate) ma non la vogliamo vedere, elaborare. Ci sono miliardari che investono in terapie rivoluzionarie per congelare l'invecchiamento, industrie che progettano impianti bionici, tool alla Black Mirror che promettono di generare messaggi vocali, foto e video dei nostri cari defunti. Non vogliamo accettare la morte perché in fondo la morte è anti-produttiva, ci priva non solo della presenza dei nostri cari, ma anche della loro capacità di essere presenti nelle nostre vite, concretamente o digitalmente. Di diventare, se vogliamo, un altro contenuto in un mare di contenuti.Eppure sappiamo che qualcosa, in quest'eternazione a suon di pixel e data center, non funziona. Internet ci ha promesso l'eternità, ma il mondo là fuori ci mette costantemente di fronte alla nostra devastante finitezza. “Il tempo passa. La memoria si appanna, si aggiusta, si conforma a ciò che pensiamo di ricordare”, scrive sempre Joan Didion in Blue Nights, elegia questa volta ispirata dalla morte della figlia, avvenuta a 39 anni, 20 mesi dopo quella del marito. Una parte fondamentale del lutto è anche consegnarci la vita di chi abbiamo amato in un pacchetto imperfetto, debordante, smussato, tutto da sbrogliare ed elaborare, persino da accettare. Finti ricordi, rimozioni che franano, momenti che riviviamo in modo ogni volta diverso, rivelazioni inedite.I gruppi di fotoritocco su Facebook costruiscono a loro volta nuove memorie, nuove interpolazioni, ma forse ci illudono di essere capaci di controllare anche il trapasso estremo e le sue conseguenze. Ciò che accumuna e rende valida ogni esperienza, tuttavia, è proprio quella sensazione di nostalgia che ci pervade. Perché, qualunque sia il nostro antidoto (l'oblio, lo struggimento, l'ostinazione), nulla cambierà la verità più assoluta di tutte: il tempo è irreversibile. Tutto finisce: le amicizie, le relazioni, le passioni, persino il giornale che state leggendo ora. Di fronte alla fine ultima, però, c'è qualcosa che dobbiamo accettare per forza. Un'impossibilità, un'impotenza, la necessità insostenibile beffarda del voltare pagina. Non ci sono scatole nere, Internet archive o AI che tengano. Dobbiamo mettere un punto e cercare di andare avanti. Sperando che prima o poi arrivi una persona come Silvia, a regalarci giusto un ultimo attimo in più.