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Un esercito di necro-narcisisti pronti a sfruttare il lutto altrui per guadagnare un quarto d'ora di visibilità. È il dolore come marketing. La morte come algoritmo
Gentile Direttore,
ogni volta che muore un personaggio noto, si apre una processione digitale fatta di post, articoli, dichiarazioni e ricordi. Un profluvio di cordoglio che, più che onorare il defunto, sembra voler illuminare chi scrive. È il lutto come palcoscenico, il dolore come contenuto. Questa celebrazione compulsiva, che scatta in automatico al primo necrologio vip, ha ormai assunto i tratti di un vero e proprio genere narrativo: il «luttogramma». Si tratta di un post commemorativo che, sotto forma di omaggio, serve in realtà a posizionare l'autore nel pantheon del dolore condiviso. Un modo elegante per dire: «Io c'ero. Io lo conoscevo. Io lo capivo». Il fenomeno, che potremmo definire «cordoglio performativo», si nutre di cliché e frasi fatte, spesso identiche da un lutto all'altro. E non risparmia nemmeno chi, come Giorgio Armani, ha fatto della discrezione e dell'antidivismo la propria cifra. Schivo, sobrio, impermeabile al gossip, Armani è stato celebrato con una tale quantità di post e articoli da far pensare che il vero protagonista non fosse lui, ma chi scriveva di lui. In questa nuova era del dolore on demand, dove il lutto si consuma in tempo reale e si condivide come un aggiornamento di status, forse dovremmo chiederci se il silenzio non sia, a volte, il tributo più sincero. Perché il rispetto non si misura in parole, ma in assenza di vanità. Lei che ne pensa?






