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Davanti a una partecipazione così corale, è fatale domandarsi: perché? Perché tanta gente sente il bisogno di esserci, di condividere quel momento, di riconoscersi in una eredità che non è solo personale ma nazionale?
Si era già verificato, con la stessa composta intensità, al funerale di Giorgio Armani. Si è ripetuto venerdì scorso, quasi identico e forse ancor più eloquente, all'ultimo saluto a Valentino Garavani. Una folla vasta, silenziosa, trasversale come raramente accade: persone comuni e figure di primissimo piano, imprenditori, creativi, diplomatici, compratori internazionali, uomini e donne che con la moda non giocano ma lavorano, investono, decidono. Non solo spettacolo, non solo mondanità. Un'umanità consapevole, arrivata da ogni angolo del mondo.
Davanti a una partecipazione così corale, è fatale domandarsi: perché? Perché tanta gente sente il bisogno di esserci, di condividere quel momento, di riconoscersi in una eredità che non è solo personale ma nazionale? La risposta è semplice e insieme profonda. In quelle due cerimonie non si è celebrata soltanto la scomparsa di un grande stilista. Si è salutata un'epoca. Un'idea di Italia. Un fenomeno industriale e culturale che ha portato nel mondo l'eccellenza, la bellezza, la disciplina creativa dell'Italia operosa. Si celebrava, senza proclami ma con una partecipazione quasi istintiva, il Made in Italy nella sua forma più autentica.






