Si chiamano grief tech e sono le nuove tecnologie che si propongono di offrire una continuazione del rapporto con chi ci ha lasciati. Ma l’intelligenza artificiale può davvero lenire il dolore di un lutto?

di Mattia Insolia

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Qualche settimana fa su Instagram sono incappato in un reel. Era una pubblicità. Due donne chiacchierano in videochiamata. La prima avrà trent’anni, la seconda è un’anziana: sono madre e figlia. La prima è incinta, si mostra alla seconda e, indicando la pancia, dice che scalcia. La seconda le consiglia di mettersi una mano sul ventre e canticchiare. La figlia lo fa, la madre sorride. Stacco immagine. Di nuovo le due donne. La giovane non è più sola, c’è un bambino. È il figlio: ha partorito. Si chiama Charlie, ha pochi mesi. Le donne sono ancora in videochiamata e la giovane, tenendo Charlie in braccio, chiede alla madre di raccontargli la favola che raccontava a lei quand’era piccola. La neo-nonna ride, quindi inizia a raccontare. Stacco immagine. Charlie ha dieci anni, è in completo da basket e cammina per un viale alberato. Ora è lui in videochiamata con la nonna. Lei gli chiede com’è andata a scuola, come va con la ragazza per cui ha una cotta. E ridono. Stacco immagine. Charlie ha trent’anni, mostra alla nonna, sempre in videochiamata, l’ecografia di un feto: Charlie sta per diventare padre e lei bisnonna. Festeggiano, poi l’anziana consiglia alla nuora di mettere una mano sul ventre e di canticchiare: Charlie lo adorava, proprio come sua madre. La faccenda allora si fa evidente, e la pubblicità da tenera inquietante.