Un incidente in motorino in un giorno di pioggia, e chi ci scrive piomba in un dolore profondo. Il senso di vuoto e lo sgomento si accompagnano al senso di colpa per non aver apprezzato abbastanza le doti artistiche di Stefania. Da qui, parte il percorso per riuscire ad affrontare il lutto
di Veronica Mazza
“Non c’è niente di più disumano e doloroso della morte di una figlia. Soprattutto se non sei riuscito a capirla e a vedere tutta la sua bellezza interiore, quando era in vita. Stefania era un’artista, disegnava e dipingeva non solo su fogli bianchi, ma ovunque, anche sugli scontrini. Quando è venuta a mancare per un incidente in motorino, a 19 anni, tutto ha perso senso, colore e sapore. Sono stato molto male, malissimo, non ho mai provato una sofferenza simile e mai smetterò di provarla, perché questo dolore sarà sempre con me”. A raccontare questa drammatica storia è Mattia A., un uomo di 49 anni, che vive a Firenze e lavora in banca. “Grazie ai disegni ho provato a costruire un ponte con lei. E ho perfino iniziato a disegnare, per sentirla vicino a me”.
Una ragazza piena di talento
“Me la ricordo ancora quando disegnava su qualsiasi carta le capitava sotto gli occhi: tovaglioli, buste da lettere, ricevute del bancomat. Stefania era una ragazza splendida, con occhi grandi e curiosi che cercavano di cogliere il bello in ogni cosa. Poi con le sue mani affusolate - matite e e pennarelli - lo ridisegnava a modo suo dandogli nuova vita e nuova prospettiva. Era l’artista di casa, la mia unica figlia. E credo di non averla compresa fino in fondo. Perché sì, l’amavo tantissimo, ma la sua scelta di voler vivere di arte mi spaventava e avevo paura per il suo futuro. Speravo che scegliesse un lavoro più sicuro, come avevo fatto io con l’impiego in banca. Lei, invece, che è sempre stata più coraggiosa e intraprendente: aveva voluto iscriversi a Belle Arti, ma purtroppo non è arrivata a frequentare gli studi. Riconoscevo le sue doti, le sue capacità, ma non credo di averla mai sostenuta abbastanza, di non averla compresa appieno. Questo fa parte del mio bagaglio di sensi di colpa. Quando mi faceva vedere le sue opere, rivolgevo loro uno sguardo distratto e superficiale. E quando mi chiedeva se mi piacessero, rispondevo con un “sì” automatico, senza soffermarmi troppo, senza guardare davvero. Mia moglie mi aveva ripreso più volte, perché sapeva che Stefania ne soffriva. Aveva capito quel che pensavo della sua arte: una perdita di tempo”.






