Sulla soglia tra la vita e il mistero dell’aldilà. Focus a «Molte Fedi sotto lo stesso cielo»
RIFLESSIONI. La rassegna delle Acli di Bergamo propone quattro serate sul tema della morte, senza tabù e retorica. Il 2 novembre Lucilla Giagnoni leggerà «Oscar» di Schmitt.
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Finalmente mi resi conto che preoccuparmi non mi portava da nessuna parte. / E ho lasciato perdere. Ho preso il mio vecchio corpo, / sono uscita fuori nella luce del mattino / e ho cantato. Sono gli ultimi versi di «I worried» di Mary Oliver, una poetessa statunitense. Le immagini evocate in questi versi esprimono cosa significhi lasciar andare, un sapere esistenziale difficile da praticare, nel quale si nasconde una promessa di autenticità.
Lasciar andare in fondo è l’atto che ci viene chiesto al termine della vita ma non solo: ci viene chiesto da chi ci sta accanto, ci viene chiesto talvolta come atto di resa, talvolta come atto di resistenza. Quale promessa può esserci nel morire? Si tratta di un interrogativo profondo e scomodo che la rassegna delle Acli di Bergamo, «Molte Fedi sotto lo stesso cielo», proverà a mettere a tema in quattro proposte. Il tema della morte Il fatto che un festival dedichi un focus sulla morte all’interno della propria programmazione può apparire bizzarro, eppure, in questo caso, racconta di un processo. Il 17 gennaio, nella cornice dell’abbazia di San Paolo d’Argon, il comitato scientifico della rassegna e alcuni partner che sostengono da tempo la rassegna si sono trovati per un momento di rilancio dell’esperienza. Proprio qui è nata l’esigenza di parlare della morte, provando ad osservare il fenomeno da diverse angolature: la morte come perdita, come orizzonte finale, la morte come possibilità, la morte come desiderio di superamento. Ne è nato un percorso che, senza alcuna pretesa, vorrebbe provare quantomeno a trovare le parole e le emozioni per dire la morte.






