Lo scaffale
Mario Lavia
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A una svolta nella vita – la morte della moglie e della figlia ammazzate durante una rapina mentre lui era con l’amante – l’avvocato Andrea (che si chiami di cognome Massimi lo sapremo solo verso la fine) si trasforma in un barbone. Uno straccione di quelli più dannati tra altri dannati. Un’esistenza ai limiti dell’umano. Nell’inferno del mondo. Questa è la premessa di “Essere o non essere – La nuova indagine del re degli stracci” (La Nave di Teseo), questo brillante romanzo di Stefano Vicario, ben noto regista televisivo, qui alla terza prova. Va detto subito che questo è uno di quei romanzi – come si dice – che “ti prendono”. Scritto con stile essenziale, per brevi capitoli, “Essere o non essere” si comincia e non lo si lascia finché non lo si è finito. E anche se affiora qua e là un certo buonismo che definiremmo “romano”, questa è una storia dura che qui si snoda con occhio sociologico: il mondo di pezzenti sfruttati da una criminalità senza scrupoli è descritto con vividezza “cinematografica”. «Andrea si alza di scatto, facendo un gesto come a scrollarsi di dosso l’angoscia che l’attanaglia. Sì, sono incapace. Incapace di tornare a un’esistenza normale, di fare felice chi mi vuole bene. Perché ho fatto troppo male nella mia vita di prima per riprovarci ancora. Meglio restare un barbone, un barbone zozzo e schifoso solo come un cane, che non deve niente a nessuno. E giocare all’investigatore per non pensare».








