C'è una telefonata, negli atti del processo di Palermo, che da sola racconta l'abisso in cui erano precipitati Giovanni Barreca e i suoi complici. «Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi». Poche parole, pronunciate con la stessa freddezza con cui poi il muratore 56enne avrebbe atteso i carabinieri davanti alla sua villetta di Altavilla Milicia. Da quella chiamata è partita la ricostruzione di uno dei delitti più efferati degli ultimi anni in Sicilia, conclusa ieri con la condanna all'ergastolo per lo stesso Barreca e per i suoi due complici, Sabrina Fina e Massimo Carandente. Ma per capire come si sia arrivati alla strage di Antonella Salamone e dei suoi due figli, Kevin ed Emanuel, bisogna tornare indietro, ai mesi che hanno preceduto la tragedia.

Tutto nasce in una chiesa evangelica, dove Barreca - muratore, fanatico religioso, ossessionato dalla figura del demonio - inizia a frequentare gli ambienti della comunità per poi allontanarsene bruscamente. È lì che incontra Fina e Carandente, con cui costruisce una convinzione delirante e condivisa: la moglie Antonella e il figlio più piccolo, Emanuel, sarebbero posseduti dal diavolo. Da quella convinzione nasce un rito di "liberazione" che si trasforma, giorno dopo giorno, in una sequenza di torture.