Come nei migliori gialli, il palcoscenico in cui si consuma il dramma e nel quale si muovono vittime e carnefici è circoscritto: un paesino in una valle della bergamasca, anzi una palazzina di sei appartamenti all’interno della quale accade tutto. Raul Mantovani in I morti hanno sempre ragione (Baldini+Castoldi, euro 20) mette in scena un suo “omicidio sull’Oriente express”, una versione rinnovata e lombarda dei “dieci piccoli indiani” di Agata Christie.

Ne esce un thriller psicologico in cui le ferite personali, anche quelle seppellite dagli anni e dai ricordi sbiaditi, si intrecciano ai mipag. 360, steri del presente e, in qualche modo ne guidano lo svolgimento. E forse non è nemmeno un caso che l’autore, bergamasco di nascita, abbia scelto di ambientare questo suo diciannovesimo romanzo nelle sue zone di origine. Tutto inizia una sera, a Milano, mentre Andrea prova a barcamenarsi nella sua esistenza di giovane professionista dell’editoria con una fidanzata tanto bella quanto, ai suoi occhi, poco appassionante. Una telefonata improvvisa lo avverte che i genitori, da tempo trasferiti in un paesino di montagna e con i quali da anni ha pochi e spiacevoli rapporti, sono in ospedale per un avvelenamento da funghi. Andrea parte subito solo per scoprire che entrambi i genitori sono ormai morti. Una fine misteriosa e piena di interrogativi per cui il giovane decide di trasferirsi nell’appartamento dove vivevano i suoi per fare chiarezza. E qui inizia il thriller. Andrea ci mette poco a scoprire che tutti i vicini di casa avevano un motivo per poter desiderare la morte di suo padre e sua madre. Gli stessi meccanismi distorti che avevano minato il suo rapporto con i genitori, in qualche modo, si erano ricreati anche in quella palazzina sperduta tra i monti.