Il true crime in Italia, dalla fine degli anni Ottanta, ha oscillato sempre tra una volontà di decostruire la gabbia delle categorie sociali e di riaffermarle. L’elemento romanzesco da un lato punta allo spettacolo, dall’altro alla tranche de vie, senza che nessuno dei due poli possa sussistere senza l’altro. La partecipazione del pubblico da casa rivela anche la volontà di rendere questa verità-rappresentazione collettiva, partecipata, comune, una moderna versione della tragedia greca. L’analisi di Fabio Benincasa, docente di Sociologia del cinema e storia dell’arte presso la Duquesne University

Il true crime, come è evidente fin dal nome, è un genere mediatico essenzialmente di origine americana. Se le origini “nobili” si fanno risalire a operazioni letterarie come A sangue freddo di Truman Capote, in realtà ci troviamo in una zona ibrida fra giornalismo di inchiesta, letteratura e coinvolgimento diretto del pubblico. La popolarità del genere non è solo legata al fatto di cronaca in sé, ma alle rappresentazioni che produce nel pubblico, “obbligando” i media a interessarsi sia del fatto sia di queste rappresentazioni collettive. Nel suo elemento spettacolare, il crimine diventa rappresentativo di un clima socio-esistenziale e come tale viene interpretato. Il true crime è dunque l’ermeneutica possibile di un fatto che non è mai nudo e autoevidente.