Lo scaffale
Mario Lavia
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Davvero una grande prova che sta raccogliendo ovunque giudizi lusinghieri questo “Gioco di prestigio” di Luca Ricci (La Nave di Teseo), pietanza letteraria dai molti sapori e mille sfumature, romanzo godibilissimo, fantasioso e amaro: Ricci è scrittore ben noto, d’altronde, per una sensibilità particolare e una tecnica raffinata. La vicenda ha per protagonista una specie di barbone molto colto e super-disincantato che vaga per i vialetti di Castel Sant’Angelo dove incontra una donna. La storia tra i due è più grottesca che reale, lungo una sorta di dialettica sfuggente nella quale emergono i ricordi del protagonista.
Sono rimembranze di fallimenti, ma anche di rinunce volontarie, diremmo quasi francescane. Ecco la facoltà di Lettere a Pisa, «facoltà da sfigati», la passione per i racconti come «moto carbonaro che lega pochi maniaci della forma di storie poco lette», gli anni a Milano, i corsi di recitazione inutili e senza conseguenze, il sesso persino con i trans, vari portierati a Roma, i lavori precari. E bevute, soprattutto: «Sto per impazzire, perché tutti gli altri intorno a noi bevono. È la tragedia della mia vita. Da una parte c’è la bottiglia e dall’altra la poesia. No, bottiglia e poesia non si possono mettere dalla stessa parte. Checché se ne dica, sono gli alcolizzati che per nobilitarsi tirano in ballo questa accoppiata. Qualunque poeta ha imparato a proprie spese che la bottiglia è nemica della poesia. Bottiglia e poesia sono una il veleno dell’altra. La bottiglia è il veleno della precisione, la poesia è il veleno della fumisteria».











