Prima di collassare. Prima di vomitare scorie di vino rosso nel bagno di un locale di Carrassi, lo chiameremo Jack, sì, il mio amico Jack, un pallido anglosassone, raggiunge il picco di lucidità che dona l’alcol prima del disastro, e riesce a farmi sentire un fesso in poche, precisissime parole: «You gotta live. You gotta gain experience out of books. You gotta travel more, eh, mate?». E stop. Lo ritrovo tre quarti d’ora dopo a collo in giù nel lavandino, che si rivolta fuori nelle viscere. Uno spettacolo autentico di vera ubriachezza scozzese, come lo fanno loro.

Ha bevuto una quantità infernale di vino prima di arrivare e ora continua a bere, continuiamo, su questo tavolino di Carrassi dove io spendo la vita a consumarmi. Oggi è il suo compleanno, ne compie trentasette, insegna qui da tre. Lo festeggiamo insieme, insieme ai sedici anni di età che ci dividono. Ho conosciuto Jack un paio d’anni fa, pochi metri qui accanto. Ero con un amico dell’Umbertino che se n’è scappato a Roma, Jack ci ha presi, abbiamo fatto amicizia come di solito a Bari non ti succede, ovvero parlando con persone che forse non rivedrai mai più. Durante la nostra prima conversazione, al tavolo di quel bar dismesso in una bolgia di Erasmus annoiati e ostentatamente su di giri, cercavo di capire che diamine ci facesse uno scozzese nella mia città, che di solito accoglie i russi e i loro dobloni ortodossi, gli slavi, recentemente gli americani e il mondo intero, ma mai per più di tre giorni.