Matteo Cardillo voleva scrivere «della perseveranza, dell’ostinazione a barcollare verso la luce». Era vero. Ma non era tutto. E così il suo è anche un romanzo sull’addio: «Volevo raccontare le molteplici declinazioni di quello che significa congedarsi, sia da un defunto sia da una storia che finisce».

“Amarsi in una casa infestata” (Mercurio) è ben più di un’opera sulla soglia: è un viaggio nel tempo, nel cuore, nell’amore, nelle angosce e nel folle desiderio di vivere. In estate, il protagonista senza nome, con Gloria, Samira e Johann, si trasferisce nel condominio di viale XII Giugno a Bologna.

Qualcosa nella casa si sveglia: una casa famelica, che respira e risponde agli impulsi vitali con un pericoloso gioco di ombre. «Ognuno reagisce in modo diverso: per me era importante che tutti fossero medium».

L’infestazione non è ritorno del rimosso, ma convivenza con esso. Ciò che torna come spettro è ciò che non ha mai avuto luogo, diceva Derrida. Nel testo di Cardillo no: «Tutto avviene in un non-luogo circoscritto, la casa o lo scantinato, perno delle sue energie. E il protagonista teme di muoversi in questo spazio, ma capisce che deve addentrarsi nel dolore e nel peso della perdita per ricordare e superare».