Smemorato, un corpo si risveglia nel buio assoluto, chiuso dentro qualcosa, percorso da formiche che entrano ed escono, dappertutto. Ha gridato, ha battuto, gli occhi devono essersi schiusi sul nero: l’unica sensazione che rimandano indietro è quella del fresco sulle cornee. Nel dolore, nell’andirivieni della nausea, nell’incapacità di capire, scorre un tempo indefinito. Poi uno sportello si apre - una luce accecante - le formiche si rivelano lettere. «Lettere che/ si muovono, strisciano sulle loro estremità come/ organi, animali con una vita propria».
Il prologo, in prosa, di Il macello moderno, splendido e lungamente rimandato esordio poetico di Antonella Antonia Paolini - studiosa di Leopardi (componente del comitato scientifico del Centro nazionale studi leopardiani), sceneggiatrice, saggista, collaboratrice anche della «Domenica» - introduce in uno scenario post-apocalittico dove tutto è distrutto, anche il corpo - tumefatto - e le lettere sciamano sulla pelle, sulle cose, entrano negli occhi, migrano via dai fogli, che tornano bianchi.
Finché - come scrive nella quarta di copertina Laura Pugno, curatrice della collana «i domani» di Aragno, con Maria Grazia Calandrone e Andrea Cortellessa - questa «invasione violenta, questa metamorfosi che tanto somiglia a una morte diventa vera appartenenza, terra unica in cui riconoscersi, sola origine». La voce che si alza dalle macerie si fa lirica, la scrittura ora è in versi. Versi netti e taglienti che fendono lo spazio vuoto, senza eco, senza nulla che rimandi indietro un suono familiare. Le sillabe si tengono compagnia solo nelle assonanze di frasi scandite con ritmo e con furia, come le grida ancestrali dei mandriani per richiamare gli armenti, che già Béla Bartók trasformò in musica.







