I pasdaran non mollano sullo Stretto di Hormuz neanche di fronte alla nuova ondata di attacchi americani. «Resterà chiuso fino a quando le aggressioni non si fermeranno», hanno ribadito con forza. Donald Trump però non solo non intende allentare la morsa su Teheran, ma è sempre più tentato da una vera e propria escalation, con l’obiettivo di sbloccare la paralisi nello Stretto e poi affrontare il nodo del nucleare. Con il memorandum of understanding che traballa sotto il peso dei raid incrociati, il commander-in-chief lascia intendere che dalla settimana prossima per l’Iran la situazione potrebbe peggiorare. «Distruggeremo tutte le loro centrali e tutti i loro ponti, a meno che non si siedano al tavolo delle trattative», ha tuonato, spiegando che gli attacchi Usa andranno avanti «fino a quando non dirò basta». Il presidente Usa ha lasciato l’energia come l’ultimo dei suoi target ma ora, di fronte a un Iran che non si piega, sta valutando il colpo che ritiene definitivo: colpire il petrolio. E per questo ha convocato il Consiglio di sicurezza nazionale nella Situation Room trasformando la riunione in un vero e proprio vertice di guerra, per valutare tutte le opzioni sul tavolo. Fra le ipotesi c'é anche la presa di controllo di Karg Island (da dove parte il 90% dell’export di petrolio iraniano), con Trump non esclude la possibilità dei boots on the ground. Dopo aver imposto di nuovo il blocco per porti e navi iraniani il commander-in-chief - che lunedì potrebbe ricevere il premier israeliano Benyamin Netanyahu - ha fatto il punto il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il direttore della Cia John Ratcliffe. Trump ha quindi definito le prossime mosse: oltre a colpire target vicino allo Stretto di Hormuz, le forze americane nei prossimi giorni potrebbero condurre devastanti attacchi contro obiettivi strategici per cercare di costringere l’Iran a tornare al tavolo delle tratattive. Se i raid non si riveleranno sufficienti, allora Trump intende colpire le infratsrutture energetiche dell’Iran privandolo del tutto delle entrate petrolifere. Raggiunti i 140 giorni, la guerra è ormai entrata in una nuova fase, e sia Washington sia Teheran sono consapevoli che il tempo per raggiungere i loro obiettivi sta scadendo. Mentre scorrono inesorabili i 60 giorni fissati dal memorandum of understanding per trovare un accordo di pace definitivo, Trump vuole accelerare prima delle elezioni di metà mandato di novembre e prima che i prezzi del petrolio tornino a correre. Teheran, invece, spera di riuscire a resistere più a lungo, cercando di evitare che il blocco americano infligga un colpo fatale alla già debole economia iraniana. Tutte e due le parti, secondo molti osservatori, sembrano aver concluso che la strategia migliore sia quella di un conflitto a bassa intensità in attesa che l’avversario ceda. Insomma una guerra di resistenza che potrebbe durare ben oltre la scadenza dell’accordo raggiunto, e sulla quale pesa l’imprevedibilità di Trump con i suoi annunci e le sue retromarce improvvise, ultima in ordine temporale quella sul pedaggio a Hormuz. Un’altra variabile potrebbe essere quella di Israele. Le trattative con il Libano proseguono: la seconda giornata di colloqui a Roma si è chiusa e nei «prossimi giorni» inizierà il processo di implementazione delle «zone pilota» dalle quali Israele dovrà ritirarsi, hanno spiegato gli Stati Uniti. Un ritiro che, insieme agli sviluppi in Iran, sarà probabilmente al centro dell’atteso incontro fra Trump e Netanyahu alla Casa Bianca lunedì, riportato dai media israeliani ma non confermato dall’amministrazione Usa.
Paralisi a Hormuz, Trump non ferma i raid e prepara l'escalation
I pasdaran non mollano sullo Stretto di Hormuz neanche di fronte alla nuova ondata di attacchi americani. «Resterà chiuso fino a quando le aggressioni non si fermeranno»,...











