Una sentenza della Cassazione restituisce dignità e responsabilità clinica al medico di base che non è un passacarte, ma ha il dovere di controllare ogni richiesta prescritta al suo paziente da altri

La scena si ripete identica, ogni giorno, in migliaia di studi medici italiani: un paziente entra, stringe in mano un foglietto bianco con l’intestazione di una clinica o di uno specialista privato e dice: «Dottore, mi dovrebbe solo fare la richiesta di questo esame». Se per anni abbiamo pensato che quel “solo” fosse la normalità, abbiamo considerato il nostro medico di base, “solo” come una sorta di segretario della salute, un passaggio burocratico obbligato per trasformare il consiglio di un luminare nella ricetta rossa necessaria a ottenere il ticket dello Stato. Una recente pronuncia dei giudici ha però scosso questa abitudine, ricordando a tutti che una firma non è mai soltanto una firma, specialmente quando c’è di mezzo la salute.

Il medico di base non è una fotocopiatrice

La decisione dei giudici mette in chiaro un punto fondamentale: il medico di base non può e non deve limitarsi a trascrivere in automatico quello che scrivono gli altri. Se lo fa senza riflettere, e qualcosa va storto, la responsabilità legale cade interamente sulle sue spalle. La firma sulla ricetta è un’assunzione di responsabilità clinica. Se uno specialista, infatti, suggerisce una terapia, quel suggerimento va immaginato come la tessera di un puzzle. Chi ha in mano il disegno completo della vita del paziente, con tutte le sue altre malattie, i farmaci che già assume e le sue fragilità quotidiane, è solo il medico di famiglia.