Il 20 per cento sul valore di ogni carico equivaleva a una chiusura travestita da tariffa. Così il presidente Usa è tornato sui suoi passi. Ma la crisi continua e la paghiamo noi.
Partiamo da dove siamo rimasti, cioè dal distributore sotto casa. Benzina a 1,88 euro al litro e in salita da nove giorni, perché il 3 luglio il governo ha lasciato scadere il taglio delle accise senza dire una parola. Tempismo perfetto: proprio mentre il Brent sfondava gli 85 dollari, più 10 per cento in una settimana, sull’ennesima fiammata dello Stretto di Hormuz. Da quel braccio di mare, prima della guerra, passava un quinto del petrolio mondiale. Oggi il traffico si è quasi fermato: sei transiti in 12 ore, contro i 18-22 al giorno di inizio mese. E Teheran punta i piedi: lo stretto resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni degli Usa.
L’ultima trovata di Trump e l’imbarazzo di Rubio
Ed è qui che lunedì Donald Trump ha piazzato la sua ultima trovata con tradizionale retromarcia. Su Truth Social si è autoproclamato, maiuscole sue, «GUARDIANO DELLO STRETTO DI HORMUZ», annunciando il ritorno del blocco navale contro l’Iran. E siccome ogni guardiano che si rispetti presenta la parcella, eccola: il 20 per cento del valore di ogni carico in transito, «per una questione di EQUITÀ». Venti giorni fa il suo segretario di Stato, Marco Rubio, spiegava che «a nessun Paese è permesso far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale, lo dice il diritto internazionale». Lo diceva contro Teheran. Il suo presidente ha tentato di fare esattamente ciò che Rubio bollava come illegale, e Lula, da San Paolo, gli ha ricordato il nome tecnico dell’operazione: «Questo una volta si chiamava pirateria».











