Trump ha ritirato l’ipotesi di un pedaggio sul traffico navale, mantenendo il blocco contro l’Iran mentre riprendono gli attacchi. Ma la crisi sta già accelerando gli investimenti destinati a ridurre la dipendenza energetica dallo Stretto
Donald Trump ha rinunciato al pedaggio, non alla pressione sullo Stretto di Hormuz. Ventiquattro ore dopo aver proposto un prelievo pari al 20% del valore dei cargo in cambio del passaggio attraverso la principale arteria energetica mondiale, martedì il presidente americano ha sostituito il piano con annunci vaghi di accordi commerciali e investimenti da parte degli Stati del Golfo negli Stati Uniti. Il blocco contro le navi dirette verso porti iraniani, o coinvolte nel trasporto di cargo iraniani, resta però in vigore. Intanto Stati Uniti e Iran hanno ripreso gli attacchi, Washington ha colpito obiettivi anche nelle città portuali di Bushehr e Bandar Abbas e il Brent è salito a 87,08 dollari al barile, il livello più alto delle ultime quattro settimane.
La rapidità con cui la Casa Bianca ha modificato il proprio piano è quasi secondaria rispetto al segnale arrivato ai produttori del Golfo. La sicurezza di Hormuz è diventata ancora più dipendente dalle oscillazioni del conflitto e dalle decisioni statunitense (un elemento che riflette anche la natura fluida e talvolta imprevedibile dell’approccio decisionale dell’amministrazione Trump). E dunque, per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar o Iraq, la risposta non passa soltanto dalla diplomazia o dalla protezione militare delle rotte commerciali. Passa sempre più dalle pipeline.










