Era solo questione di tempo. Ieri, «la grande idea» di Trump per mettere una toppa sui rincari di benzina e diesel è arrivata. Via le tasse federali sui carburanti «per un periodo di tempo», è l’ultima mossa del presidente che aveva promesso di rendere il costo della vita degli americani più abbordabile e che invece ha di fatto inflitto la tassa Hormuz a tutto il mondo, americani compresi. Tra caro-pieno, mutui più salati, rincari per la spesa che si faranno sentire sempre di più se non si ferma la guerra, e naturalmente il congelamento dei tagli della Fed, che costeranno centinaia di miliardi di mancata crescita, avvertono gli esperti, il conto è salato.
«Quando la benzina scenderà, faremo tornare la tassa gradualmente», ha assicurato il presidente che ha aspettato di toccare la “soglia del dolore” per snocciolare il vero primo grimaldello pre-elettorale. Solo il primo, naturalmente.
Anche perché il “semestre bianco” per le elezioni di Midterm è già scattato e lo Stretto di Hormuz è ancora ben chiuso. Dopo 70 giorni di guerra far il pieno a 4,52 dollari a gallone, a un passo dai massimi del 2022 (5 dollari), inizia a essere pesante per gli americani. Il rincaro dai livelli pre-guerra è ormai da settimane a quota +52%. Stesso film per i diesel, motore della logistica Usa, a quota 5,6 dollari, a un passo dal 5,8 del record 2022 (l’impennata viaggia sul +55% rispetto a fine febbraio). Solo di benzina e diesel, secondo i calcoli della Watson School of Public Affairs della Brown University riportati dal Financial Times gli americani hanno pagato 35 miliardi di dollari in più dall’attacco di fine febbraio a Teheran. Qualcosa come 268 dollari a famiglia americana e ben più dei 25 miliardi di dollari certificati ufficialmente dal Pentagono come il costo della guerra finora.








