Ho dovuto chiudere perché perdo dei soldi tutti i giorni che apro Giorgio Ferri è in piedi di fronte al bancone del suo pastificio di corso Giulio Cesare, in Barriera di Milano, mentre i collaboratori sistemano i prodotti freschi prima di chiudere la saracinesca per la giornata. Di fianco alla cassa c'è un foglio: «Si comunica alla gentile clientela che da sabato primo agosto il negozio chiuderà definitivamente». La notizia ha lasciato di sasso un lettore de La Stampa che ha scritto a Specchio dei tempi. L'annuncio è proprio sotto il riconoscimento come impresa storica della Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa e sotto la targa dell'albo Epic della Città per gli esercizi di prossimità di interesse collettivo. Aperto nel 1952 dai nonni di Ferri, il pastificio chiuderà i battenti dopo 74 anni e dopo essere passato anche nelle mani del padre di Giorgio. Il cambio di clientela e la scelta di ghettizzare il quartiere Credo che ci sia una volontà politica di ghettizzare un'intera zona di Torino Il titolare evidenzia come la clientela storica del pastificio è sempre stata composta da famiglie che piano piano stanno venendo a mancare o hanno scelto di trasferirsi lontano da Barriera di Milano. «Il problema è che, tra i residenti stranieri, chi lavora all'interno del quartiere tende a sostenere le attività della loro comunità di origine e quindi non vengono a spendere soldi qui - aggiunge il titolare -. E poi nessuno di loro mangia carne di maiale, che noi vendiamo e che si trova in molti ripieni». Al pastificio qualche tentativo di adattare l'offerta è stato provato, ma non ha mai raccolto nuova clientela. Il titolare: “Qui si spaccia a cielo aperto, ho venduto a pochissimo” C'è poi la questione criminalità: «Questa è una zona di spaccio a cielo aperto 24 ore su 24. Anche le persone che potrebbero arrivare magari da fuori hanno paura» osserva Ferri. Questi problemi - uniti a quelli consueti degli esercizi di prossimità di alimentari - hanno portato quindi alla decisione di chiudere il pastificio e vendere l'immobile a un signore originario del Bangladesh: «Con gli attuali prezzi di mercato ho ottenuto pochissimo in più di quello che mio papà ha speso nel 1980, ma in lire». “Ho trovato lavoro grazie ad amici che mi danno una mano” Dopo la chiusura Ferri andrà «a collaborare nella ristorazione con degli amici che mi danno una seconda possibilità. Ovviamente non in questa zona». C'è da pagare l'università dei figli e il solo stipendio della moglie non basta, visto che il suo «è da un po' che non lo porto a casa». Intanto sui muri del negozio ancora campeggiano le targhe dei riconoscimenti ricevuti. Tra quelle di «Maestro del gusto» conferite da Slow Food, già nel 2005, e dalla Camera di Commercio. Riconoscimenti che però non hanno avuto molti effetti, «se non sentirsi dire "bravi" dai clienti abituali». Le soluzioni proposte per salvare i negozi di vicinato Secondo Valerio Lomanto, presidente della Circoscrizione 6, questi esercizi dovrebbero innanzitutto ricevere dei contributi per non scomparire. «Bisogna creare dei bandi ad hoc per le attività storiche perché sono un presidio del territorio». Contemporaneamente, per Lomanto, andrebbe limitata la diffusione degli store h24 e andrebbe riqualificata l'area perché c'è un «aspetto della sicurezza del quartiere per cui è innegabile che bisognerebbe fare di più». Nel frattempo, Giorgio Ferri auspica che si arrivi alla «volontà politica di cambiare le cose». Un impulso potrebbe arrivare dalla nuova linea 2 della metro, ma «io non ce la faccio ad aspettarla, purtroppo» ammette sconsolato Ferri.