«Ho visto decine di detenuti ammassati uno sull’altro, il doppio di quanti dovrebbero esserci. Faceva un caldo che toglieva il respiro. In una cella da tre c’erano sei persone, nei letti a castello. Ho sentito la loro sofferenza, e la rabbia con cui, un giorno, torneranno liberi». Quando Ilaria Cucchi esce, insieme al resto della delegazione, dal portone di Regina Coeli, è visibilmente provata. Madida di sudore, senza fiato, malgrado la senatrice di Avs non sia certo disabituata alla frequentazione delle carceri. Lo è invece Pietro Sermonti, attore protagonista tra gli altri di film quali Boris o Smetto quando voglio, «impressionato da un ragazzino poco più che diciottenne lasciato lì a non fare nulla». «La direttrice – aggiunge – ci ha riferito che negli ultimi due anni c’è stata un’ondata di ingressi di giovani appena maggiorenni».

«Tutti gli spazi comuni riservati alle attività sono occupati da reclusi», riferisce il garante regionale dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia ai giornalisti presenti, compresa l’inviata del New York Times. Con loro, nella casa circondariale romana dove passa la maggior parte delle persone arrestate o in custodia cautelare che poi saranno ridistribuite nelle varie carceri del Lazio, sono entrati alcuni dei 350 delegati dell’Alleanza per l’Articolo 27 – la rete nata nel febbraio scorso che comprende organizzazioni come Antigone, Cnca, Cgil, A buon diritto, Arci, La società della Ragione e tante altre – nell’ambito dell’iniziativa che ieri ha aperto 37 istituti di tutta Italia alla società civile. Attori e scrittrici, dirigenti di banca, sacerdoti, politici di vari partiti, garanti regionali e comunali, tutti «chiamati a difendere l’articolo 27 della Costituzione». Non era mai accaduto, nella storia recente italiana.