Salina, 10 luglio 2026 – Ogni prigione è un’isola si chiama il libro pubblicato da Daria Bignardi nel 2024. In quel libro, Bignardi intreccia il tema della detenzione con quello delle isole. E di prigioni e di isole si è parlato al SalinaDocFest, il festival del documentario diretto da Giovanna Taviani nell’isola.

Daria Bignardi ha una lunga esperienza di lavoro culturale nelle carceri italiane. “Non è che le prigioni mi piacciano: al contrario. Ma dentro c’è l’essenza della vita. L’amore, il dolore, l’amicizia, la malattia, la povertà, l’ingiustizia. Il carcere è come una giungla amazzonica, come un paese in guerra, un’isola remota, un luogo estremo dove la sopravvivenza è la priorità e i sentimenti primari sono nitidi. È un posto dove tutto è chiaro”, scrive Daria Bignardi nel libro.

Nell’incontro al festival la scrittrice chiarisce, racconta, approfondisce. “Sono andata a San Vittore, l’articolo 78 che mi permette di entrare in carcere ce l’ho lì. Ma sono andata anche a Bollate, e ovunque in Italia e anche all’estero. E ho visto cambiare la popolazione detenuta”.

“La mia esperienza con le carceri dura da tanto: sono più di trent’anni che vado nelle carceri per vari progetti culturali, e anche io mi sono chiesta perché. Perché ho iniziato? Perché quando cominci ad andare a lavorare nelle carceri, è difficile uscirne. È un mondo molto chiuso, dove tu lasci fuori anche materialmente tutto. Devi lasciare il telefonino in custodia in un cassettino chiuso a chiave, passare metal detector, passare cancelli... c’è già uno spogliarsi che è uno spogliarsi di giudizi, di sovrastrutture. Poi ci sono gli incontri con i detenuti: ti parlano di ciò che sta loro davvero a cuore: la famiglia, i figli”.