Raccoglie molti consensi la richiesta di abolire il prezzo unico nazionale dell’elettricità. Ma le differenze tra le diverse zone non sono poi così significative. Se il sistema cambia, va rivisto anche il meccanismo di incentivo alle rinnovabili.
Le sette zone di prezzo dell’elettricità
La richiesta di abolire il prezzo unico nazionale dell’elettricità sta raccogliendo consensi trasversali, che vanno dal presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, a Legambiente. La proposta è, dal punto di vista economico, ben fondata. Ma siamo sicuri che produrrebbe effetti così rilevanti?
La questione nasce da un cambiamento apparentemente tecnico nel modo in cui si formano i prezzi dell’energia elettrica all’ingrosso nel nostro paese. Il territorio nazionale è diviso in sette “zone” (Nord, Centro-Nord, Centro-Sud, Sud, Calabria, Sicilia e Sardegna), ciascuna delle quali esprime un suo prezzo. In alcuni momenti, la differenza può essere rilevante: per esempio, il 26 marzo, nelle ore centrali della giornata, l’energia si scambiava a prezzi prossimi o uguali a zero in alcune zone (Sicilia, Sardegna, Sud e Calabria) mentre nelle altre (Nord, Centro-Nord e Centro-Sud) raggiungeva i 150-160 euro/MWh. Questo perché una forte produzione rinnovabile, concentrata nelle regioni meridionali, era in grado di soddisfare interamente la domanda, piuttosto bassa date le temperature miti. Tuttavia, i consumatori residenti in quelle stesse regioni non percepivano alcun beneficio: tutti i consumatori italiani, indipendentemente da dove abitano, pagano un unico prezzo pari alla media pesata dei prezzi zonali, cioè, in quel momento, 120-130 euro/MWh.









