Vietare l’uso dei social ai minori di 13 anni è impossibile senza creare un sistema di identificazione di massa. Non se si vuole creare un sistema efficace almeno. Matteo Flora, divulgatore, docente all’Università di Pavia e tra i massimi esperti di Internet in Italia non ha dubbi. L’Europa sta creando “fetta dopo fetta” un’infrastruttura che sa sempre cosa fai. E lo sta facendo con l’idea di proteggere i minori. Flora, partiamo dall’inizio. Cosa significa tecnicamente vietare i social ai minori? “Significa obbligare ogni piattaforma a sapere con certezza legale quanti anni ha chi si collega, prima di farlo entrare. Non lo fa un genitore e non lo fa lo Stato alla frontiera della rete: lo fa la piattaforma stessa, che diventa il buttafuori”. Come può farlo? “Ci sono solo due strade: fidarsi di un click ("ho 16 anni"), che non verifica niente. Oppure pretendere una prova d'identità. La proposta di von der Leyen prova a nasconderlo dietro un'app europea di verifica, ma il buttafuori, per lasciarti passare, deve comunque guardarti in faccia. E c'è un dettaglio che quasi nessuno vuole dire ad alta voce: chi dovrebbe impedire l'accesso, prima di ogni piattaforma e prima di ogni Stato, è il genitore”. In che modo? “Gli strumenti per farlo esistono già, sono dentro ogni telefono e ogni tablet da anni: il controllo parentale di Apple (Tempo di utilizzo), Google Family Link, le impostazioni per età degli app store. Filtrano, limitano, bloccano, decidono cosa un figlio può installare e per quanto tempo. Il problema non è che manchino: è che quasi nessuno li attiva. Prima di costruire un'infrastruttura di identificazione per mezzo miliardo di persone, varrebbe la pena chiedersi perché stiamo chiedendo alla legge di fare il lavoro che una spunta nelle impostazioni farebbe già”. Si può verificare l'età in modo efficace senza creare un sistema di identificazione di massa? “No. Il motivo è semplice. Una verifica che i minorenni non possano aggirare deve, per costruzione, controllare tutti. Se identifica loro, identifica anche i quaranta milioni di adulti intorno. Il massimo che la tecnologia oggi promette è la prova sul dispositivo con attributi anonimi ("questo utente è maggiorenne", senza dire chi sia). Ma resta un compromesso fragile, che sposta soltanto la fiducia su chi rilascia quel bollino. Tutto il resto è teatro: o non funziona, o è schedatura” Per rendere un divieto efficace, quanto si dovrebbero stringere le maglie del controllo su Internet? “Molto. E nel punto più delicato: dovrebbe scendere dai contenuti alle persone. Per rendere un divieto non aggirabile con due click devi presidiare il dispositivo, l'identità, la connessione, chiudere le VPN, legare ogni account a un documento. Cioè costruire un'infrastruttura che sa sempre chi sei e cosa fai”. Nessun Paese lo accetterebbe. “No, se si proponesse come misura unica. Ma invece sta passando a fette. Perché ogni fetta è giustificata dai bambini”. A proposito di sorveglianza. Questa proposta si inserisce nello stesso percorso dell’Identità digitale e ChatControl, votato la scorsa settimana Parlamento europeo. C'è un filo che le unisce? “Sì, ed è lo stesso identico filo. ChatControl vuole scansionare le chat private. L’identità digitale vuole darti un unico documento per stare online, il divieto ai minori vuole verificare chi sei prima di farti entrare. Sono pezzi dello stesso movimento, che normalizza l'idea che nella vita digitale dei cittadini si possa guardare per definizione. Ognuno arriva col target più simpatico contro cui è impossibile schierarsi. Ho dedicato un libro a questo tema. Che chiamo la pipeline dal paternalismo al totalitarismo. Parti dai bambini e arrivi a un apparato di controllo che aspetta solo il governo giusto per usarlo su tutti”. È possibile costruire una rete più sicura per i minori senza sacrificare libertà, anonimato e privacy? Dove si trova il punto di equilibrio? “Sì, ma è più faticoso e meno spettacolare. La protezione vera dei minori si fa con la responsabilizzazione dei genitori, usando gli strumenti di controllo parentale che ogni dispositivo ha già di serie e che quasi nessuno abilita, con l'educazione digitale nelle scuole, la moderazione umana fatta bene, il divieto dei design che creano dipendenza, le indagini mirate sulle reti di abuso: cose che costano fatica e attenzione, non un'infrastruttura di sorveglianza lasciata in eredità. Il punto di equilibrio non sta nel verificare di più, ma nel verificare senza identificare. Perché, come ho scritto un anno fa, la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Edi verifiche dell'età obbligatorie”.
Divieto dei social ai minori, Flora: “Perché è impossibile farlo senza identificare tutti”
Ursula von der Leyen ha annunciato la misura dopo l’estate. Ma molti ritengono la stretta eccessiva. A rischio c’è l’anonimato di chi va in rete. E usa i socia…












