MILANO. Nel cuore dell’Europa digitale, cresce l’urgenza di proteggere bambini e adolescenti in uno spazio online sempre più pervasivo. Oltre il 62% dei ragazzi italiani tra gli 11 e i 13 anni ha già un account social attivo, spesso registrato con età falsificate, nonostante il GDPR e le policy delle piattaforme fissino a 14 anni il limite minimo senza consenso genitoriale. È una soglia diventata quasi simbolica.
Nel frattempo, l’età del primo smartphone si abbassa: un terzo dei bambini tra i 6 e i 10 anni utilizza dispositivi connessi ogni giorno. I contenuti inappropriati – non solo pornografia e gioco d’azzardo, ma anche violenza, chat anonime e viralità tossica – sono ovunque. I genitori, spesso, si trovano disarmati: solo il 30% ha installato app di parental control, strumenti considerati tecnicamente complessi e facilmente aggirabili.
In questo contesto si inserisce lo studio “Age verification: se non ora, quando?”, pubblicato a giugno da FutureProofSociety, che propone un cambiamento di paradigma: dall’autodichiarazione, inefficace e superata, verso un modello strutturato di verifica dell’età.
Due sono i modelli oggi sul tavolo. Il primo è distribuito, e affida a ogni piattaforma la responsabilità di controllare l’età degli utenti. Il secondo è centralizzato, basato su un’infrastruttura comune – come un sistema operativo, un’identità digitale o un’applicazione ufficiale – da cui ricavare un’attestazione anonima dell’età (“over 13”, “over 18”) da condividere in modo sicuro con tutti i servizi digitali.







