Sono passati dieci anni dall’attentato di Nizza, che in una spensierata notte d’estate uccise 86 persone e ne ferì più di 400, prolungando quella stagione jihadista cominciata in Francia nel 2015 con gli attacchi alla redazione di Charlie Hebdo e al Bataclan. Una decade fatta di interrogativi, paure e consapevolezze maturate, ma soprattutto di ricordo. Lo stesso che la città si prepara a celebrare oggi, anche se nei giorni già si sono tenute alcune iniziative. Teatro delle commemorazioni sarà la Promenade des Anglais, la strada che costeggia il lungomare nizzardo. Proprio lì, il 14 luglio del 2016, alle 22,34, il tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlel metteva fine alla sua corsa a bordo di un camion di 19 tonnellate lanciato contro le centinaia di persone che stavano assistendo ai tradizionali fuochi d’artificio della Festa nazionale. Stasera alla stessa ora si accenderanno 86 fasci di luce per richiamare alla memoria le altrettante vittime che illumineranno la Baia degli Angeli, dove poco prima andrà in scena uno spettacolo con 2.016 droni. Presente Emmanuel Macron, che presiederà la cerimonia come aveva già fatto all’inizio del suo mandato nel 2017, per il primo anniversario.

Quest’anno, però, il 14 luglio avrà toni più sobri e Macron ha anche annunciato che prima della semifinale dei Mondiali tra Francia e Spagna verrà osservato un minuto di silenzio, come aveva chiesto il sindaco di Nizza, Eric Ciotti. L’importante, per la città e per tutta la Francia, è non far cadere la tragedia nell’oblio. «Nizza porta i suoi angeli nel suo cuore», si legge sugli striscioni sulla promenade. Ma tra le vittime c’è anche chi ancora chiede i conti delle presunte falle nella sicurezza che hanno permesso la carneficina. «Le istituzioni che dovrebbero proteggerci si rivelano essere completamente inadempienti e questo non fa altro che far aumentare la nostra collera», ha detto a France info Tierry Vimal, che quella sera perse la figlia di 12 anni. L’inchiesta sulla sicurezza, che è distinta da quella che si è conclusa con la condanna di otto complici dell’attentatore, è ancora aperta. Ultimamente sono state condotte delle perquisizioni, ma il dossier è ancora lontano all’essere chiuso. Ferite ancora aperte Così come, fra i superstiti di quella notte terribile, sono ancora aperte le ferite psicologiche lasciate dal massacro. Marco Sardu, torinese, si trovava sulla promenade insieme alla moglie Ombretta Romanin quando la visione del camion bianco lanciato contro la folla si materializzò davanti ai loro occhi: «Avevamo finito di vedere i fuochi d’artificio e ci siamo incamminati sul lungomare - racconta parlando al telefono da Nizza, dove si trova con la moglie per la commemorazione ufficiale -. Abbiamo visto il camion venire nella nostra direzione e ci siamo stupiti, perché il transito degli automezzi era vietato. Subito abbiamo pensato che avesse perso il controllo, poi ha rallentato e subito dopo ha cominciato ad accelerare. Tutte le persone davanti a noi sono state falciate, saltavano via come birilli o venivano triturate».