Cancellare definitivamente il sistema di potere messo in piedi in 16 anni di governo di Viktor Orbán è stata la principale promessa della campagna elettorale del nuovo premier ungherese, Péter Magyar. Per smantellare il “sistema corruttivo” dello Stato aveva annunciato purghe senza sconti. E sono iniziate da subito, ad esempio con lo stop ai fondi statali per la tv pubblica minacciati ancor prima dell’entrata in carica. Ma non tutti pensavano che il nuovo capo dell’esecutivo potesse spingersi fino a dove è arrivato oggi: far approvare dal Parlamento un emendamento costituzionale che destituisce il presidente della Repubblica Tamas Sulyok.
Il partito Tisza, nella sua crociata per cancellare ogni possibile residuo dei passati governi a guida Fidesz, ha così deciso di puntare la preda più grossa. Forte di una larga maggioranza all’interno dell’aula, ha ottenuto l’approvazione dei due terzi degli scranni necessaria ad approvare l’emendamento, con i deputati fedeli all’ex premier che per protesta sono usciti dalla sala boicottando la votazione. L’emendamento, oltre a destituire il presidente definito dallo stesso Magyar “un fantoccio di Orbán“, punta anche a modificare la composizione e la natura sia dell’Assemblea sia della Corte Suprema. Verrà imposto un limite di 12 anni di mandato, oltre i quali non sarà più possibile farsi rieleggere come deputato, mentre i giudici supremi non potranno superare i 70 anni di età, con immediate conseguenze sulla composizione della Corte. Inoltre, è stato istituito un Ufficio di recupero e protezione del patrimonio pubblico per rintracciare e rimpossessarsi dei “miliardi rubati dagli oligarchi del regime corrotto di Orban”.













