Lunedì è iniziata una settimana molto importante per la riforma della legge elettorale voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in vista delle elezioni politiche del 2027. Ed è iniziata nel modo peggiore, per il governo. E cioè con la maggioranza di governo nettamente divisa, su un argomento in particolare: le preferenze, il sistema che permette all’elettore di indicare esplicitamente il proprio candidato e sceglierlo, come succede anche per le elezioni regionali e per quelle europee.
Il testo condiviso da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia era stato definito dopo lunghe e travagliate trattative. Ha un impianto proporzionale, cioè prevede la ripartizione dei seggi sulla base dei voti presi, ma prevede anche un cospicuo premio di maggioranza (di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato) alla coalizione che arriva prima, superando il 42 per cento dei consensi. Il testo non contempla le preferenze, e i leader di Lega e Forza Italia, cioè Matteo Salvini e Antonio Tajani, sono coerentemente rimasti sempre contrari a questa ipotesi. Meloni però ne ha fatto una battaglia di principio: siccome lei in passato aveva sempre invocato le preferenze, ora che tocca a lei scrivere la legge elettorale vuole che ci siano. È intorno a questo che si è consumato lo scontro.












