Ambrogio
Franco D’Alfonso
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In politica vale una regola non scritta: se si apre un vuoto, qualcuno lo riempie. A Milano, da qualche anno, quel vuoto è di pensiero. L’accentramento del potere amministrativo nelle mani del Sindaco, l’esautoramento del Consiglio comunale e dei Municipi, il potere di condizionamento dei grandi interessi privati hanno prosciugato l’elaborazione e l’ambizione politica che i partiti faticano a rimpiazzare.
Non è la solita nostalgia della «Milano di una volta»: questa città non lo è mai stata, neppure per un giorno, perché vive di trasformazione continua. La domanda vera è se sappiamo ancora incidere su quei processi, se possiamo farli somigliare un po’ di più a noi. Qualcosa si muove: la pioggia di autocandidature su primarie ancora tutte da immaginare dice che le persone disposte a governare non mancano. Manca l’attenzione ai contenuti. In che città viviamo? Dove ci porta l’inerzia dei tempi? Si può correggere la rotta, e per dove? A queste domande prova a rispondere da un anno e mezzo il processo Hey Milano – innescato dal Centro Emilio Caldara insieme ad altri dodici circoli e associazioni di area centro sinistra – diventato, senza che nessuno glielo chiedesse, il «quartier generante» della città: un luogo che produce analisi, riflessione, pensiero.







